Trevisani nel Mondo

Viaggiare è una brutalità. Obbliga... a perdere di vista
il comfort familiare della casa e degli amici.

Cesare Pavese

Sezione Giovani

07/11/2016

Alessandra Gonnella

Montebelluna, Londra e la passione per il cinema

 

21 anni, nata e cresciuta a Montebelluna, diplomata al liceo classico Manara-Valgimigli di Montebelluna, trasferitasi a Londra per studiare Practical Filmmaking alla MET film school, aspira a lavorare nel cinema e nella televisione. Conosciamola meglio.

 

Perché ti sei trasferita in Gran Bretagna, a Londra?

La scelta di venire a Londra non è stata per nulla casuale: me ne sono innamorata durante un soggiorno studio nel 2006. Sapevo già dall’inizio delle superiori che volevo lavorare nel mondo dello spettacolo e Londra si è rivelato il posto migliore dove studiare. Ho sempre adorato lingua e cultura inglesi, quindi né i miei famigliari né i miei amici e professori si sono stupiti della mia scelta.

Quali sono state le difficoltà nel trasferirsi?

Relativamente all’alloggio non ho trovato molte difficoltà. Prima di trasferirmi a Londra, una coppia di Treviso mi ha proposto di andare ad abitare da loro, ed io ho accettato. Non ho avuto problemi burocratici, mi è bastato richiedere il codice fiscale. Credo che la difficoltà più grande sia stata essere sola: non avevo né amici, né famigliari, né fidanzato… è raro a Londra trovare immigrati arrivati da soli, di solito si portano amici e famigliari per farsi coraggio. Io però sono riuscita a cavarmela: è già un anno e mezzo che vivo qui.

Hai trovato differenze tra l’università italiana e quella inglese?

Non sono mai andata all’università in Italia, ma certamente ci sono delle diversità relative all’approccio, ai compiti, agli esami, agli insegnanti. Il sistema scolastico italiano chiede meno in termini di denaro e più di lavoro. Ho studiato al liceo classico e sto ancora raccogliendo i frutti del tanto impegno: mi ha aperto la mente e mi ha dato molta elasticità di ragionamento. È stata dura, soprattutto quando non capivo perché al posto delle lezioni frontali i professori non proponessero dialoghi e dibattiti. Ora però ho realizzato che ci stavano dando gli strumenti per capire il mondo di oggi. In Inghilterra sono stata da subito a contatto con ragazzi e ragazze di tutto il mondo. Ho notato una superficialità nel ragionamento ed un’eccessiva preoccupazione per cose a mio parere elementari. La maggior parte degli esami sono a crocette e ancora molti studenti hanno paura. Qui tutto si basa sulle raccomandazioni scritte dai professori: molti studenti cercano di ingraziarsi i docenti per ottenere raccomandazioni utili tanto per gli esami quanto per il lavoro e l’affitto. Lo studio diventa di conseguenza un semplice strumento per cominciare la scalata verso il successo. Socialmente parlando, l’educazione fa parte dei fattori determinati e che determinano due diverse classi: solo chi ha frequentato università costose può ambire a posti di lavoro prestigiosi e a carriere promettenti. In Inghilterra uno studente figlio di genitori non ricchi non potrà mai aspirare a frequentare un’università prestigiosa, non importa quanto intelligente e volenteroso sia. L’università inglese è molto costosa, circa novemila sterline l’anno, mentre la retta di un’università italiana si aggira sui duemila euro. Credo di preferire il sistema italiano.

C’è una comunità italiana a Londra?

Gli italiani a Londra sono più di mezzo milione. Si dividono in due gruppi: le persone che hanno un piano e le persone che partono alla cieca. Questi ultimi, non conoscendo la città o la lingua, vivono umilmente e accettano il primo posto di lavoro che viene loro proposto. Quelli che sanno cosa vogliono e perché sono venuti qui, invece, partono già avvantaggiati, perché hanno capito cosa cercare e come ottenerlo. La comunità italiana intesa come agglomerato si basa molto sui social network, ci sono numerosi blog che tengono in contatto gli italiani. Il mio primo passo per entrare nella comunità italiana è stato quello di realizzare un documentario sul cibo italiano a Londra, in cui ho cercato di comunicare l’affetto che provo per la mia terra natia e per la sua cucina.

Trovi che ci siano differenze tra le emigrazioni di ieri e quelle di oggi?

Sì, ci sono moltissime differenze tra gli emigranti italiani di oggi e quelli dell’800/’900, che scappavano da una situazione di fame ed analfabetismo e hanno dovuto sudarsi il lavoro ed il denaro senza avere alcun titolo di studio.  Pure i giovani italiani di oggi fuggono da una situazione economicamente complessa, ma anche da un paese che non permette un ricambio generazionale. Questi ragazzi si sentono sfruttati in Italia, in quanto anche trovando un lavoro vengono sottopagati e non hanno la possibilità di costruirsi un futuro, quindi scelgono di farsi una vita dove il loro talento viene apprezzato e ripagato. Sono appunto giovani che, rispetto ai migranti del secolo scorso, hanno un bagaglio culturale enorme che l’Italia si sta facendo scappare. Il mio appello si rivolge non tanto ai giovani emigranti, quanto a quelle persone che hanno la possibilità di dare loro lavoro: abbiate il coraggio di dare una possibilità ai giovani di mostrare le loro competenze.

Ti riconosci nei termini “expat” o “cervello in fuga”?

Non credo di ritrovarmi nel termine “cervello in fuga”. Non penso di avere qualcosa in più rispetto ai miei ex compagni di liceo. Non ho fatto questa scelta per un malcontento sociale o per timore del futuro: la mia è stata una vocazione d’amore per l’Inghilterra, Londra in particolare. Non mi immedesimo in quelle persone che sono fuggite dall’Italia per tentare una nuova vita, una nuova carriera perché infelici della propria.

Come hai vissuto il referendum sulla “Brexit”?

La sera delle votazioni ero andata a dormire leggendo i sondaggi che davano per certa la vittoria del “remain” e il giorno dopo mi sono svegliata con lo smartphone pieno di messaggi su whatsapp di amici che facevano “battutine” sul fatto che aveva vinto il “leave”. Non ci volevo credere, tant’è che ho acceso il pc e ho controllato subito su google i risultati. Sono rimasta molto sorpresa, come del resto tutti quelli che vivono a Londra. Durante i mesi della campagna referendaria ho sempre avuto la sensazione che nella City avrebbe vinto il “remain” e per questo non avevo dubbi sull’esito finale. I politici inglesi appreso l’esito del referendum hanno reagito male, sono andati in panico, si è creata una situazione di caos, tanto che il primo ministro si è pure dimesso.

Nella società è cambiato qualcosa?

All’università, nei locali, nelle strade nulla è cambiato, al massimo sono io che faccio delle battute con gli amici sul fatto che dovrei sposarmi un inglese per rimanere a vivere qui. Nessuno mi ha mai fatto sentire meno benvenuta e non ho mai ricevuto nessun commento razzista. Del resto Londra trae la sua forza dall’essere una capitale internazionale e soprattutto non ha niente a che vedere con il resto dell’Inghilterra.

Qualche idea su cosa accadrà d’ora in avanti?

No, nessuna. Penso che nemmeno gli economisti sappiamo cosa succederà in questo scenario in continuo mutamento. Una buona notizia per noi italiani è senz’altro l’approvazione da parte della Camera dei Comuni del provvedimento con il quale si mantiene inalterato lo status di immigrato europeo in Gran Bretagna senza permesso di lavoro o senza visto di soggiorno. Siamo cittadini europei e sembra che possiamo ancora accedere alle agevolazioni sulle tasse universitarie, ai prestiti e alla sanità inglese. Devo ammettere che queste tre tematiche sono quelle che mi premono di più.

Senti la mancanza di Montebelluna?

Mi manca la mia realtà di Montebelluna, del mio piccolo paesello. Ogni volta che prenoto l’aereo faccio il countdown! Mi piace alzarmi tardi, farmi viziare dalla mamma, girare in macchina con i miei amici. Penso che sia bello il contrasto di sentimenti: vivi lontano dalla tua patria e ne senti la mancanza, così cominci a dare più valore ad ogni singola cosa legata a casa. Dopo un anno che ero a Londra ho sentito il bisogno di condividere il posto in cui sono cresciuta, la mia lingua, la mia realtà e per questo ho cominciato a girare il mio cortometraggio ambientato a Montebelluna.

Pensi che un giorno tornerai in Italia?

Non so se tornerò. Se un giorno mi dovessi svegliare e Londra non fosse più il mio luogo di vita ideale, allora magari potrei tornare. Il progetto è di lavorare come freelance sia qui che in Italia.

Quale consiglio daresti a chi vuole fare un’esperienza all’estero?

Credete nell’italianità, valorizzate ciò che è italiano. Cos’ho io da dare al mondo? Cos’ho di speciale? Fidatevi noi italiani siamo speciali: siamo stati precursori in molti ambiti, è la storia ad insegnarcelo, siamo stati aperti di mente e abbiamo saputo insegnarlo ad altri popoli, quindi non vedo perché adesso dobbiamo farci prendere in giro e farci mettere i piedi in testa quando abbiamo tutte le carte per evitarlo. Qui in Gran Bretagna essere italiano è il “quid” in più che ti permette di fare la differenza, anche nelle cose più piccole.

 

Grazie per l’intervista Alessandra.

In bocca al lupo per la tua esperienza londinese.

E se volete conoscere i lavori cinematografici di Alessandra, andate su Facebook a cercare “Profumo de Venezhia” e mettete “mi piace” alla pagina per rimanere aggiornati!

 

Marco Chiarelli