Trevisani nel Mondo

Viaggiare è una brutalità. Obbliga... a perdere di vista
il comfort familiare della casa e degli amici.

Cesare Pavese

Sezione Giovani

07/11/2016

Claudio Bortolin

Un Trevisano al CERN di Ginevra

Quarant’anni, trevisano doc di Chiarano, diplomato come perito meccanico, insegnante per dieci anni come tecnico pratico presso l’ISISS Antonio Scarpa di Motta di Livenza. L’iscrizione all’università a 28 anni, la laurea in ingegneria meccanica, un dottorato e il coronamento di un sogno: lavorare al CERN! Scopriamolo e conosciamolo meglio!

Spiegaci un po’ cosa è il CERN?

Il CERN è una comunità di undicimila persone dove si ha la sensazione di contribuire a qualcosa d’importante: la ricerca di base. Un laboratorio per il mondo, dove la ricerca in fisica delle particelle viene fatta con molti acceleratori interconnessi che forniscono diversi di tipi di particelle a seconda dell’esperimento. Tutto serve per farci capire la base della nostra evoluzione, perché siamo fatti così, partendo da molto lontano, dall’origine dell’universo. E per scoprire dove stiamo andando. È un po’ il ricostruire la nostra storia attraverso dei meccanismi molto particolari che si trovano all’interno di una serie di coincidenze legate alla natura, non sono semplici da comprendere e talvolta sono molto complesse. E tutto questo è molto affascinante.

Come sei arrivato a lavorare al CERN?

Nel 2007 durante l’ultimo anno di ingegneria ho partecipato a un viaggio studio al CERN di Ginevra. Appena entrato l’ambiente, le attività e le persone che animano questo luogo mi hanno preso immediatamente. Ho finito la tesi in ingegneria meccanica e ho partecipato al concorso per il dottorato di ricerca indetto dall’Università di Udine. Ho vinto il posto e dopo quattro mesi ero qui per portare avanti il mio percorso di dottorato di ricerca con l’esperimento ALICE. Pensavo di rimanerci un anno e mezzo o due, invece sono sette anni che ormai il CERN è la mia casa.

Il coronamento di un sogno?

Io da piccolo rimanevo incantato dalle foto delle galassie e come altri bambini avrei voluto diventare astronauta. Per questo crescendo ho coltivato la mia passione per l’ambito scientifico e ora posso dire di aver realizzato in parte il mio sogno: anche se non è la ISS (Stazione Spaziale Internazionale), mi accontento e ricordo che il CERN ha proprio sulla ISS uno dei suoi esperimenti più promettenti: AMS.

Il primo impatto con il CERN?

Essere in grado di comunicare in più lingue, soprattutto inglese e francese che sono quelle ufficiali qui; studiare, fare ricerca e lavorare contemporaneamente, tanto da arrivare a fare anche 21 ore di lavoro consecutive: il mio record. E tutto per aspettare pazientemente che l’esperimento in corso vada a buon fine e controllare i dati ottenuti. Bisogna stare sempre molto concentrati. Per questo bisogna tenere a freno la passione e i ritmi frenetici di lavoro per trovare il giusto equilibrio tra le ore da “topo di laboratorio” e la famiglia, soprattutto dopo la nascita di mia figlia Giulia.

Il luogo di lavoro diventa una seconda famiglia…

Sì, assolutamente. Il CERN è una grande comunità dove arrivano ogni giorno nuovi studenti, ricercatori, professori di moltissime università associate. Queste persone costituiscono la forza del CERN ed è grazie al loro estenuante lavoro di controllo dei dati degli esperimenti e al loro impareggiabile entusiasmo che nel 2012 siamo riusciti ad annunciare la scoperta della “particella di Dio”: il bosone di Higgs.

Nel 2012 fu una scoperta rivoluzionaria. Come l’hai vissuta dall’interno?

Per raggiungerla sono stati concepiti e costruiti due esperimenti: Atlas, in cui lavoro e Cms. Il bosone di Higgs è una particella che dimostra l’esistenza di un fenomeno particolare (detto “rottura della simmetria”) grazie al quale la materia ha massa. Il modello standard finora non riusciva a spiegare questa caratteristica così evidente a tutti. Una particella molto difficile da trovare e la cui certezza l’abbiamo avuta solo dopo. Adesso il lavoro sta continuando con lo studio delle caratteristiche di questa particella.

Che risvolti ha avuto questa scoperta?

Un’importanza pazzesca. In passato la sfida era trovare la particella - il bosone di Higgs – che mancava per completare il modello standard In tutti questi anni si è cercato il modo di demolirlo e di superarlo, essendo accurato nel descrivere le particelle fondamentali e le forze che esistono in natura, ma ci sono problemi ben definiti ai quali non sa dare risposte. Una di queste è la vera sfida del futuro: la gravità. La gravità nel modello standard non c’è, nonostante sia una cosa che noi sperimentiamo tutti i giorni e che possiamo percepire a livello macroscopico.

La prossima sfida?

Tutti pensano che l’individuazione del bosone di Higgs sia un punto di arrivo, invece c’è ancora molto altro da indagare, come ad esempio la quantistica gravitazionale che è tutto un campo da scoprire. Da maggio 2015 abbiamo iniziato di nuovo a fare scontrare le particelle e per questo l’acceleratore LHC (il Grande Collisore di Adroni, dall’inglese Large Hardon Collider) funzionerà quasi al doppio dell’energia rispetto a quella degli ultimi tre anni. Ci saranno tanti nuovi dati da analizzare per trovare quello che la natura ha ancora in serbo e che ignoriamo: materia oscura, teoria delle stringhe. E immaginate che gli ultimi cento anni di studi ci permettono di capire il 4% dell’universo e il rimanente 96% è a noi sconosciuto. Se scoprissimo qualcosa che va oltre al modello standard, ad esempio le particelle super simmetriche, la scoperta del bosone di Higgs passerebbe in secondo piano, pur restando qualcosa di straordinario.

Qual è il tuo ruolo al CERN?

La mia sfida quotidiana sono i sistemi di raffreddamento per rivelatori di particelle, in particolare i tracciatori che sono la parte centrale di quasi tutti gli esperimenti. La scommessa è quella di riuscire a far contenti i fisici, che per un ingegnere non è sempre semplice. Questi oggetti lavorano in condizioni non ottimali, soprattutto di elevata radiazione ionizzante.

A cosa ti stai dedicando in questo periodo?

Faccio parte di un team di ingegneri e tecnici che operano in due diversi settori: l’analisi e la manutenzione degli impianti in uso per gli esperimenti e la progettazione di nuovi sistemi tecnologici. Per seguire quest’ultimo progetto coordino un gruppo di studenti dell’università tecnologica di Cracovia, con cui abbiamo attivato un progetto di internship. Questo team dovrà riuscire a costruire un impianto di raffreddamento cento volte più grande di quello esistente e installarlo nel 2023. E non esiste che noi non lo installiamo, dobbiamo farlo avendo meno di dieci anni di tempo. Dovrà essere pronto almeno due anni prima per testare il suo funzionamento e per questo ogni giorno affrontiamo molteplici sfide: la scelta dei materiali, l’utilizzo di una tecnologica rispetto ad un’altra.

Com’è lavorare al CERN?

Qui tutto si basa sulla collaborazione e la poca rivalità esistente, c’è solo tra team di diversi esperimenti ed è sempre costruttiva. I dipendenti devono presentare un resoconto annuale del proprio lavoro, indicare gli obbiettivi per l’anno successivo e il tutto viene monitorato dai supervisori. Questo sistema è molto meritocratico. Non c’è preclusione alle idee degli ultimi arrivati, gli studenti. Sono tutte vagliate, testate e molte volte si raggiunge la soluzione ad un problema proprio grazie alle proposte dei giovani.

Oltre ad indagare tutti gli aspetti della fisica, ci sono altri campi di ricerca?

È una domanda interessante. L’attività del CERN oltre al principale ambito della fisica è molto varia, poiché i risultati delle ricerche posso avere applicazioni dall’informatica alla scienza dei materiali, dal campo della criogenia a quello della superconduttività, dalla tecnologia del vuoto alla microelettronica e all’ingegneria civile. È presente anche un importante sezione medica, dove personale specializzato, coadiuvato da fisici ed ingegneri, si dedica alla costruzione di attrezzature mediche come acceleratori per la terapia dei tumori a fasci di protoni o ioni di carbonio e studia, anche per la sicurezza di noi lavoratori interni, i sistemi per la protezione dagli effetti delle radiazioni.

Cosa ti ha dato quest’opportunità all’estero e cosa non ti ha dato la madrepatria?

Io non sono andato all’estero perché la madrepatria non mi poteva dare un lavoro. Sono emigrato perché questo laboratorio di ricerca di fisica delle particelle più grande del mondo si trova tra la Svizzera e la Francia ed era molto interessante il progetto che mi è stato proposto. Significava inserirsi in un contesto internazionale d’eccellenza e importante dal punto di vista del curriculum. Quindi formalmente non ho abbandonato la madrepatria al 100%, solo dal punto di vista territoriale, anche se con millecinquecento studiosi italiani è impossibile non considerare il CERN un pezzo d’Italia.

Fare un’esperienza al CERN conviene?

Sì perché quello che si fa qui non lo si fa in un laboratorio di un’università o di un’azienda. Questa esperienza regala la capacità di credere in sé stessi e ti consente di acquisire la capacità di osservare e risolvere il problema che ogni volta è diverso, di pensare in modo produttivo. Un’azienda invece è molto settorializzata nella produzione e le problematiche sono abbastanza prevedibili o sicuramente minori. In questo momento per farsi un’idea del CERN, ovvero fare una visita underground, bisogna approfittare del winter shoutdown, un periodo di due mesi dai primi di dicembre fino a inizio febbraio, durante il quale le zone dove quotidianamente si eseguono gli esperimenti, possono riaprire per le visite al pubblico.

Cosa consigli a chi va all’estero?

Per prima cosa di non chiudersi in quella che si chiama la “comfort zone”, cioè nel proprio angolino. Essere pronti a superare i propri confini, siano essi geografici che mentali. Quando cominci a muoverti non hai più paura di andare più in là. La difficoltà più grande è provarci la prima volta, dopo di che prendi fiducia. Acquisisci una serie di conoscenze, modi di fare e sei cosciente di poter trovare il tuo posto, ovunque tu sia. La nostalgia dei genitori, dei parenti e degli amici è sempre forte, anche se abito relativamente vicino a casa. Il bosone di Higgs è stato scoperto, ma per la grande sfida della nostalgia devo ancora trovare la soluzione!

 

Marco Chiarelli