L'incontro del 22 gennaio tenuto nell'Aula Magna dell'Istituto Da Collo di Conegliano dal dott. Amerigo Manesso, direttore dell'Istituto di storia Istresco di Treviso, ha suscitato un gran successo. In tale occasione il docente ha presentato all'Università Auser Sinistra Piave una sua relazione inerente l'emigrazione italiana, con particolare riferimento ai "Trevisani nel Mondo", che cercherò di riassumere.
Prendendo in esame il periodo dì tempo tra il 1876 ed il 1976, cioè un secolo di emigrazione, dall'Italia sono partiti presumibilmente, 27 milioni di persone delle quali 3.380.000 Veneti. La maggior parte di questi Veneti erano per lo più agricoltori della bassa Padana e pochi dal Nord del Veneto e l'emigrazione, a seconda delle, stagioni, si poteva considerarla come un movimento pendolare in quanto veniva effettuata a seconda dei lavori, in genere agricoli, richiesti all'estero, per lo più in Francia e Germania. Per quanto concerne la provincia di Treviso, abbiamo i dati che riportano alla fine dell'800 circa, una emigrazione pari ad un quarto della popolazione della nostra provincia, con punte più elevate nelle zone dell'Opitergino e della Castellana.
L'emigrazione è stata causata dalle, condizioni di vita del tempo nelle campagne venete, cioè forte incremento naturale della popolazione, caduta dei prezzi sulle produzioni agricole per annate meteorologicamente disastrose, aumento della disoccupazione per l'introduzione di mezzi meccanici. Dato il basso livello di sussistenza si stava diffondendo la pellagra -malattia da sottoalimentazione - perciò i braccianti ed i contadini, per poter vivere, non avevano altra alternativa che cercare lavoro all'estero.
Da considerare che il flusso maggiore, oltre il 50%, era diretto verso il Nord Europa. Nel corso dell'800, le classi dirigenti latino-americane si posero l'obiettivo di colonizzare gli sterminati territori liberi dei loro paesi, ricorrendo a manodopera europea attirata dall'offerta di consistenti lotti di terreno a bassissimo prezzo. Così nel 1876 -1900 è iniziato l'esodo verso il Brasile e l'Argentina, spesso in condizioni drammatiche sia per il viaggio che per la sistemazione. Quando le navi arrivavano ai porti di destinazione, si scaricavano gli emigranti in appositi posti di sosta per la "quarantena": ricordiamo Ellis Island a New York e l'Hotel de Immigrantes a Buenos Aires. Da non dimenticare che dappertutto, dove arrivavano gli emigranti, ci sono stati episodi di xenofobia anti italiani.
Altre emigrazioni di massa furono quelle che si fecero tra il 1901 ed il 1915 verso gli USA, quelle del 1916 - 1942 verso l'Australia e l'Africa ed infine, nell'ultimo dopoguerra, verso il Nord Europa, le Americhe e soprattutto verso l'Australia. In Europa i paesi dove l'esodo è stato maggiore sono, in ordine di presenze, Francia, Svizzera e quindi il Belgio che, tra il 1946 ed il 1957, attirò circa 140.000 lavoratori, oltre a 17.000 donne e 29.000 bambini. Qui tutti vivevano in villaggi di baracche in condizioni di forte disagio ed isolamento sociale. Nelle miniere, troppo profonde e mal attrezzate, gli incidenti erano frequenti: oltre 1.000 i morti e 35.000 gli invalidi in dieci anni, senza contare la silicosi che ancora oggi continua a mietere vittime. L'epopea dei minatori del carbone in Belgio ebbe termine a seguito della catastrofe di Marcinelle, dove morirono 262 minatori dei quali 136 italiani.
Nel Sud America si andava verso l'ignoto, all'interno della pampa argentina o nella foresta brasiliana, colonizzando le terre incolte e le boscaglie trasformandole in terreni agricoli. Però gli aborigeni, che non volevano intrusioni nei loro aviti territori, hanno subito uccisioni di massa da parte dagli eserciti regolari argentini e di cacciatori di uomini assoldati in Brasile. I Comuni di pertinenza pagavano una taglia per ogni sacco pieno di orecchi che veniva presentato. Dalle boscaglie sono nate fattorie che poi si sono trasformate in città, e diverse con nomi veneti. La coltivazione del caffè e la produzione vinicola conobbero un grande sviluppo
C'è stata poi, dall'inizio del 1937, l'emigrazione organizzata dal fascismo verso la Germania, per l'invio di manodopera sia nel settore agricolo che in quello industriale, in cambio di forniture di materie prime e combustibili per la nostra industria. Non tutto è andato liscio, circa 30.000 lavoratori sono stati riaccompagnati al confine del Brennero per non essersi comportati secondo le rigide regole tedesche. Anche l'invio di denaro era regolarizzato: non si poteva spedire in Italia più del 60% della paga. Purtroppo le vicende del settembre 1943 consegnarono decine di migliaia di lavoratori italiani ai campi di concentramento nazisti.
Da considerare anche l'emigrazione interna, che ha portato ben 2.935 nuclei familiari alla bonifica dell'Agro Pontino.
Oggi ci troviamo di fronte al fenomeno opposto: c'è l'immigrazione da parte di lavoratori dal Nord Africa, dall'Africa equatoriale, dall'Asia e, soprattutto, dall'Est europeo.
Treviso è la città con più immigrati dopo Roma, Milano, Torino e Brescia, ma risulta la terza se facciamo il rapporto tra il numero di abitanti e di extra comunitari. Nella provincia di Treviso ci sono circa 90.000 stranieri con il permesso di soggiorno, e sono in continuo aumento. Alla fine di dicembre del 2006 a Conegliano risultavano 3.740, dei quali 900 minorenni, pari ali'11% dei residenti.
Il lavoro dove la manodopera straniera viene maggiormente richiesta è nelle imprese di costruzioni, poi nell'industria. Molto richieste sono le badanti, che principalmente arrivano dall'Ucraina e dalla Moldavia.
Leonardo Lupi