PIANETA EMIGRAZIONE: FRAMMENTI DI STORIA .
Non c’è storia senza memoria
“ Se il nonno non racconta al nipote, non c’è storia senza memoria…”. Cos’ recita un saggio proverbio friulano ed è questo il senso della trasmissione della radice. Che avviene, anche e come, fra pozzi profondi della sapienza, comunicanti fra loro. E sono queste anche le riflessioni di fondo che ci danno la spinta a mai stancarci nel raccontare, informare, scrivere, quanto è incarnato nell’essenza intrinseca della nostra storia esistenziale.
La società del nostro mondo occidentale, oggigiorno si presenta abbastanza ricca, se non addirittura opulenta. Una constatazione che ci induce a pensare che quanto abbiamo sia frutto semplicemente di una meritata e irrinunciabile conquista e che, anzi, il nostro futuro potrà ancora migliorare grazie all’avvento delle nuove tecnologie e al progresso della scienza e della medicina.
Questa visione entusiastica trova casa soprattutto nell’animo dei giovani, molto meno nel cuore degli anziani ai quali bruciano ancora sulla pelle le paure delle incertezze delle sofferenze conosciute soprattutto quando a loro volta erano bambini e poi giovani. Moltissimi dovettero emigrare in luoghi economicamente più progrediti, per cominciare a vedere luce sul loro avvenire.
Intrecci esistenziali
Ad andarsene, sono stati tanti attraverso il tempo che non se ne è nemmeno tenuto conto, si può dire ovunque, in tutte le latitudini, diretti nella terra promessa di un mitico Eldorado. La regione che ha dato il maggiore contributo a questa causa di disperati è stato il Veneto, seguito da Campania, Sicilia e Calabria. Come dire che esattamente un’altra entità nazionale e regionale vive e opera lontano dalle proprie radici. Così dicasi per la nostra realtà trevigiana, così diffusamente sparsa in tutte le contrade del mondo.
L’endemica povertà delle popolazioni rurali portò allo sbocco emigratorio, dapprima isolatamente poi prendendo corpo soprattutto dopo l’Unità d’Italia (1870). Tra l’indifferenza dello Stato impegnato a salvare le proprie casse con imposte inique e della stessa Chiesa che (per quanto concerne l’area trevigiana) a questa gente abituata più al vespro che al desinare, non mandò neanche un prete al seguito. Salvo lo spuntare di qualche luminosa eccezione come padre Pierto Colbacchini e mons. Giovambattista Scalabrini. Quest’ultimo, che “reclutò“ suoi missionari addestrati per seguire gli emigranti, diede un contributo essenziale per l’adozione della prima vera legge sull’emigrazione che è arrivata osteggiata al traguardo, con un ritardo di almeno 30 anni: porta la data del 31 gennaio del 1901.
l’Italia, piccola, malconcia e povera, muoveva ancora i suoi primi passi: regni e granducati avevano appena diluito faticosamente i loro confini all’interno di un stato più vasto e complesso.
Si registravano i primi palpiti industriali, venivano avanti le ferrovie. Ma la malaria uccideva ancora 40.000 persone all’anno, la pellagra 100.000, il colera (1884-87) aveva fatto morire 55.000 persone: Tra questo e altro, le statistiche parlano di 400.000 morti all’anno: metà di quella cifra era formata da piccole croci bianche, bambini al di sotto dei 5 anni, andati al creatore per mancanza di cibo adeguato, l’igiene scarsissima e il medico che per i poveracci non esisteva. “ I xe angioeti, che prega par noantri in paradiso”, si consolavano con atavico fatalismo.
Casi emblematici
Nel cosmo variegato dei nostri paesi si stagliano casi emblematici: da Falzè di Piave a fine ottocento parte un terzo della popolazione; a San Fior a fare la stessa cosa è addirittura mezzo paese; per la zona del Montello si parla di ben 1600 persone che in pratica se la sono “squagliata” per timore di ritorsioni padronali a seguito di loro giuste ma inammissibili rivendicazioni; la vicina Paese, con l’ufficio collocamento di Aldo Badesso diventato punto di riferimento per una nuvola di gente di 602 persone che si sono insediate a Toronto e nella regione dell’Ontario e più di mille nel resto del Canada creando una colonia cospicua e operosa; un esempio di traslazione di massa viene imponente anche da Segusino a Chipilo in Messico, dove sono stati riproposti “angoli” del paese lasciato e alla montagnola del posto mettono il nome di quello che era il dirimpettaio Monte Grappa.
Si calcola che nei soli anni del 1880 oltre 10 mila persone se ne siano andate dalla provincia di Treviso con destinazione Brasile. Famiglie intere che partono il con puro necessario a seguito di lusinghiere promesse foriere di “terre feconde e aratri d’oro“: dolorosamente disattese da boschi rocciosi da bonificare, per una baracca da abitare e un fazzoletto di terra da coltivare.
In questo intreccio esistenziale, entrano in scena Ospedaletto e Lapa di Paranà: recentemente gemellati, ma che ricalca un’epopea iniziata 114 anni fa, con 13 famiglie al completo di bambini e anziani, si ribellano dalla miseria e si staccano da Ospedaletto dove tutto è così minuto da renderlo come un’unica grande famiglia; di là trovarono il niente, ma quelle anime semplici diventano uomini forti e conquistano con grande temperamento un loro ritaglio di lavoro e di vita. In questo contesto, spicca anche una figura carismatica: Bernardo Gemin, che da vero capopopolo, mantiene contatti epistolari con il paese, incoraggia e guida i suoi con grande sagacia, sostituendo anche il prete per l’insegnamento e la pratica religiosa.
Un evento di grande suggestione umana e a forti tinte emotive, “scoperto“ e riesumato solo nell’ultimo decennio, profondamente incarnato nella storia emigratoria locale e che è stato ripercorso anche con una apposita pubblicazione. Qui, mi sono sentito chiamare in portoghese: Ermano, pensando avessero sbagliato nome; poi ho capito che significava semplicemente e candidamente: fratello!
Lapa è un paese baciato dal sole e dall’aspetto molto caratteristico che scivola dolcemente nello sfondo di dolci declivi collinari Un susseguirsi di case e casupole di stile coloniale e non, che potrebbero rappresentare l’assemblaggio delle molte etnie che sono confluite e che si sono portate certamente appresso anche qualcosa di molto importante della loro cultura. Come hanno fatto “Quelli di Ospedaletto“, i carissimi nostri che qui hanno infuso il loro estro operoso dopo aver piantato radice una montagna di anni fa. E non l’hanno mai dimenticata. Nel dialetto che scioca incredibilmente genuino e nel cuore che batte forte le aritmie degli avi. Giusto e bello che la toponomastica locale abbia ricambiato questo ricordo con un “Via Lapa“che campeggia fieramente ad Ospedaletto.
Uno stillicidio altalenante che dura da 150 anni
L’emigrazione non è da considerare come uno stillicidio che continua nell’arco di 150 anni, ma un fenomeno altalenante che si muove sotto la spinta di eventi politici e storici. L’approssimarsi alla prima e anche alla seconda guerra coincide con un rallentamento dei flussi; soprattutto in questa seconda fase, il regime al potere applica a tutto campo l’ ”autarchia “ anche instaurando forme nuove di emigrazione. Dapprima con la cosiddetta emigrazione interna che, per quanto concerne il nostro trevigiano, si identifica con due ondate ravvicinate: nel 1931/32 ben 150 persone si trasferiranno in Piemonte (Torino, Asti, Alessandria e Casale Monferrato) per rimpiazzare i contadini che si erano fatti operai, un anno dopo gruppi altrettanto cospicui si insediano in quel di Littoria (ora Latina), per la bonifica dell’Agro Pontino: “ Chi affonda sulle sabbie, affonda e muore”, ammonivano i cartelli. Ma si moriva come mosche anche contraendo la malaria, che sul posto veniva identificata come la terribile “perniciosa”. Ma un evento di bonifica ragguardevole è stato anche quello di Arborea in Sardegna, che inizialmente si chiamava Mussolinia dal nome del duce che era stato ad inaugurare i lavori della sorgente plaga e qui le provenienze sono più cicorscitte e vanno identificate nelle zone, soprattutto, di Maserada, Carbonera, Susegana e Motta. E’ da rilevare che in Torino, Latina (con Salto di Fondi) e Arborea, abbiamo fior di sezioni. Unitamente a quella di Roma, che si presenta con particolarità storiche e culturali eminentemente vaticane e capitoline.
Quindi, con l’avvento di quel clima euforico e demagogico che accompagnava i bastimenti verso le colonie dell’Africa, al canto di “Tripoli bel suol d’amore”: al posto della valigia si impugnava il fucile, con tutta l’aria di un nuovo trionfale sbocco “ occupazionale”, ma che avrebbe mostrato più tardi il suo volto drammatico.
Ad un certo punto le plaghe del Veneto risulta un po’ tutte coinvolte dal fenomeno dilagante dello spopolamento, a causa dell’emigrazione. Ma non tutte in ugual misura, in quanto in alcuni paesi persistevano sacche di una mentalità arcaica, alimentata da motivi che andavano nella forte influenza della mentalità religiosa intesa come esasperato conservatorismo: una filosofia popolana che si fondava su usanze consolidate e attingeva conforto agli stenti. Le famiglie numerose e patriarcali spartivano con inconscia sottomissione la condizione di miseria imposta dai padroni. E la conseguente pellagra.
Un caso che è stato dramma nel dramma
Ma nel secondo dopoguerra la scossa in alcuni posti arriva più che altrove. Ad Istrana, ad esempio, dove al computo di questa diaspora ormai dilagante si aggiunge la drammatica coincidenza della costruzione dell’aeroporto militare, che propone giorni tempestosi e il profilarsi dell’unica strada praticabile allora in qualsiasi condizione di emergenza: l’emigrazione.
E’ storia che quel popolo non si arrese, perché lottò duramente. Gli abitanti di Istrana e Pezza accorsero ai campanili delle loro chiese, quelli che segnano l’ora degli eventi. E suonarono le campane a marteo, il funesto rintocco delle calamità, per fermare gli enormi Caterpillar che avanzavano circondati dai carabinieri con i moschetti spianati, scavando un solco immenso che spazzava i raccolti e divelse le case: come un immane vento di distruzione. Anche la stampa si scatenò. La sconosciuta e geograficamente insignificante Istrana, assurse di colpo alla ribalta, locale e nazionale, di quella notorietà cui avrebbe fatto volentieri a meno.
Ma si andò avanti e, alla fine, a nessuno importò più ciò che scoppiava dentro al cuore della gente. Ben 96 famiglie furono sfrattate, coinvolgendo quasi ottocento persone. Alcuni trovarono soluzione nei comuni limitrofi, ma la stragrande maggioranza fa quello che già altri avevano fatto con Canada e Australia quali destinazioni più battute
Approdi particolari di un esodo
Da una fortunata ricerca apprendiamo che i primi dei nostri ad arrivare in Canada viene registrato nel 1886 e porta il nome di Giovanni Comin. Che chiamò a sé subito altri della zona di Vedelago - Istrana - San Martino di Lupari che, nel primissimo 900 rappresentarono un cospicuo gruppo di “pionieri” nelle miniere del Nikel di Sudbury, località strana e personalmente conosciuta, con un paesaggio lunare di rocce nere. A costoro, tanti anni dopo, si sono uniti molti degli “espulsi” dall’aeroporto, distribuiti soprattutto a Toronto e nell’Ontario in genere .
Ma è in Australia che nasce la singolarità di Griffith. La prima volta ci siamo arrivati in volo a bordo di un traballante superleggero da quattro posti, noleggiato dall’on. Dino De poli che era con noi. Ci anticipò una veduta simmetrica di agricoltura rigogliosa e organizzata, con i campi che apparivano quasi pettinati ammodo, soprattutto a frutteto e a vigneto (trasbordanti gli aranci che venivano esposti anche come “pannelli figurativi “ e le grandi cantine di De Bortoli e Rossetto, di Cavaso e Monfuno, con macchinari rigorosamente italiani), il tutto con la cura e i colori che potrebbero essere di una gran bella donna. Invece era ed è solo la leggendaria Griffith, bonificata, irrigata e coltivata dai nostri. Qui la gente proviene soprattutto dalla Pedemontana, tanto che tra Griffith e la Comunità ha suggellato un gemellaggio di ventennale durata e che tutt’ora funziona con rapporti e scambi che vanno a gonfie vele. Lo stesso sindaco Giovanni dal Broi vanta queste origini “El gemellaggio l’è un ben par tutti - ci disse una volta, in tipico dialetto antico a inflessione australiana - ma pichessia pa ri nostri fioi ”Emblematico che nella sala consiliare ci campeggi, assieme al ritratto della Regina Elisabetta, l’effige dell’insigne artista, Canova". Dei 25 mila abitanti, almeno 3000 sono cavasoti e pssagnoti (5.000 i trevigiani sul 60% degli italiani) di cui altri 500 già al camposanto. Tra questi: Isidoro Ziliotto e Ottavio Andreatta, approdati qui nel 1925 e nel 1928 e considerati i pionieri di cotanta trevgiana e italica gente. E il parroco? Manco a dirlo è pure lui un trevigiano: don Raffaele Beltrame, originario di Castello di Godego. Viaggia con una poderosa moto e ogni tanto prende il largo dando fondo a questa sua passione. Ma la prima resta la sua Griffith e il rapporto con la gente. Soprattutto quella del bisogno.
Per appartenenza e singolarità, riteniamo di segnalare anche Stanthorpe, un paesotto dell’altipiano del Granite Belt nel cuore del Queesland, colorato dalle luci di una natura aspra ma generosa, dove hanno trovato ospitalità moltissimi della castellana, ma è soprattutto Pezzan che ha fatto nascere una cospicua comunità paesana e dove abbiamo più volte colto il senso di quanto sia radicato, e magari controverso, l’afflato dell’origine. Si adagia su un orizzonte piacevolmente collinoso, ma si annuncia ingiallito dall’arsura, con una strana disposizione di sassi scuri e alcuni alberi scheletrici che artigliano il cielo. L’approssimarsi si apre poi al rifiorire del verde, con coltivazioni, frutteti, vegetazioni. Un “panorama” reso tale dal tenace lavoro dei nostri, che hanno da subito familiarizzato con le difficoltà della nuova terra, rendendola fertile e ridente. Tanti i canguri, qui! Una simpatica nota di colore che distingue nettamente dalla Pezzan di partenza. Che si aggiunge ad una sorta di piccola torre civica che affianca l’ufficio postale, una parvenza di “campanile“ che appresso alla chiesa non c’è e che non ha nulla che vedere con il campanile vero e civettuolo che sovrasta in tutta la sua simbolicità, l’indimenticato paese di partenza. Questa località si è votata a Pio X, partono (appunto) dei Trevisani nel Mondo e grazie all’interessamento di Dino Racanello, originario di Crespano del Grappa e alla grande disponibilità del sindaco Gianluigi Contarin, hanno avuto una statua, collocata in sito apposito e che ha avuto grandiosa inaugurazione in una giornata indimenticabile di partecipazione collettiva: anche dall’Italia. A loro volta, “quelli di Pezzan“ avevano a loro volta fatto sorgere un significativo monumento che lega il ricordo a Stanthorpe e allo stesso scopo e hanno inaugurato una nuova via che porta orgogliosamente impresso il nome della lontana ma vicina “Stanthorpe”. La storia non vuole dimenticare neanche che il primo e benemerito “pioniere” ad arrivare a Stanthorpe è stato un Vedelago (dei “Ponzani”) che va noto per aver aiutato i compaesani in difficoltà, procurando un lavoro e mai esitando ad anticipare il viaggio ai compaesani che ne avessero avuto bisogno e fatto richiesta. Stanthorpe si trova a due ore di macchina da Lsimore, località emblematica dove si concluse la epica odissea che riportiamo a seguito
Quel fatto drammatico
Il capitolo Australia mi porta, infatti, a ricordare che negli anni 80 del secolo scorso i veneti scrissero la pagina più bella e romantica nell’intera storia dell’emigrazione italiana in questo continente. E’ una storia di titaniche lotte, un intreccio di vita, di morte e di fede senza uguali negli annali degli insediamenti di stranieri. Capitava spesso che i viaggi in nave si trasformasse per molti in tribolazioni inaspettate, in imbrogli criminosi. Ma questo ne è il prototipo.
Il 9 luglio del 1880, partivano da Barcellona 260 emigranti veneti, provenienti in massima parte dalla campagne trevigiane, prendendo posto su uno sconquassato piroscafo di 900 tonnellate: l’ ”India”. Interi nuclei familiari (da 12 mesi a 79 anni) erano stati irretiti da un avventuriero francese, il marchese Charles Bonaventure di Rays che aveva carpito la loro buona fede e i loro sudati risaprmi promettendo uno splendido avvenire nella fantomatica “Coilonia Libera di Port Breton” in Nuova Guinea. Dopo un viaggio massacrante in cui morirono i più deboli, tutti i passeggeri furono ingannevolmente sbarcati e abbandonati in un’isola deserta della Nuova Irlanda spacciata per quella di destinazione, e lasciati in balia di se stessi. Il gruppo languì in una inospitale rada tropicale, dove dovettero lottare con la fame, la malaria e scavare nuove tombe. Dopo quattro mesi rimediarono fortunosamente un barcone, i superstiti si rimisero in viaggio e raggiunsero la Nuova Caledonia dove ottennero asilo in Australia, nel nuovo Galles del Sud. .
Ridotti a 200 miseri esseri sceletriti, il 7 aprile del 1881 misero definitivamente piede a Sidney, ponendo fine al loro calvario ....intercontinentale. Si piazzarono a Lismore, che abitarono e resero prospera. In quel posto ora sorge il museo di New Italy e un monumento al trevigiano Giacomo Piccoli, il pioniere che ispirò questa realizzazione. Quando lo abbiamo visitato, ce ne siamo andati con nel cuore lo struggimento di una esperienza sconvolgente, rivissuta nei suoi cimeli storici. E ci appropriammo di un concetto che fu anche impegno: la memoria è fondamentale, perchè senza radice l’albero muore. Ci siamo riusciti?
I matrimoni per procura
In tempi a noi molto più vicini, da queste parti spuntarono anche i matrimoni cosidetti per procura: “cara mare, desidero sposarmi, mandami la foto di... ”. C’è l’incognita del rischio, erano matrimoni a distanza e messi su frettolosamente: a volte ci si piaceva e andava bene, in altre si incontrava il disastro del fallimento. E’ il momento in cui le agenzie di viaggi facevano affari d’oro, Sbroiavacca e Cusinato organizzavano servizi di corriere per raccogliere gli emigranti in partenza e portarli direttamente ai porti.
Meta e approdo di una certa consistenza diventano anche la accogliente Argentina di Peron e il fascinoso Venezuela; solo più tardi su queste due nazioni, ricche di materie prime ma non altrettanto di validi governanti, si avventerà la stangata di un collasso economico tuttora imperante che trascinerà molti dei nostri.
Anche l’Europa ha sempre interessato il movimento emigratorio Istranese. A cominciare dalla vicina Svizzera prodiga di posti di lavoro e di iniziali e umilianti discriminazioni nei confronti degli “auslander” (stranieri), porte aperte anche in Francia (qui, molti vi andavano anche clandestinamente) Germania e Lussemburgo.
Le miniere e la tragedia di Marcinelle.
Ma è il Belgio a presentare una sua connotazione particolare. Il 20 giugno del 1946 l’Italia firma un accordo che va sotto il nome di “Trattato del carbone e dell’acciaio” nel quale c’è l’impegno di fornire a breve 50.000 minatori, in compenso lo stato avrebbe ricevuto 200 kg di carbone per ognuno di loro. Questo patto provocò scandalo e tuttora va ricordato come quello “ degli uomini che sono stati venduti per un sacco di carbone”. Ma la cifra degli arrivi fu superata e raggiunse i 62.000; di questi 17.000 sono stati rimpatriati in quanto non adatti a lavorare nelle miniere o finiti malati, 9.000 spaventati dal buio dei pozzi, hanno preferito tornare a casa. Ugualmente ne giunsero circa 200.000, comprese 17.000 donne e 30.000 bambini.
Un ponte di sudori, malattie e sangue che si rinsalda con queste significative rievocazioni, che nessuno ricorda più ma di cui abbiamo ricostruito attraverso vaghi appunti della Prefettura rinvenuti all’Archivio di Stato e da una rara fonte orale. Da Treviso, nel 1948, ne partirono in 545, “intruppati”, in un sol colpo. Venivano raggruppati alla allora palestra Verdi (dove ora c’è il Tribunale), scortati in “sfilata” dai carabinieri dove venivano portati alla stazione e caricati sui treni. A Milano venivano sottoposti ad una ferrea “inquisizione”, i “promossi “ venivano fatti proseguire in treni stipatissimi e lentissimi. Sul posto, per abitazione, li attendevano i baraccamenti dei lagher tedeschi e la “mina“ tanto attesa e temuta: che fu pane, ma anche morte e silicosi. Arrivava tanta bella gioventù piena di ardore e di voglia di lavorare che andava in miniera cantando, dopo qualche settimana passavano in silenzio e non erano più loro: erano diventati uomini neri di polvere, con il viso forato dall’unico biancore degli occhi. Un lavoro da talpe, nelle viscere della terra, che dava energia alla patria ferita economicamente, ma che ne toglieva al loro fisico. Basti pensare ai cavalli che venivano mandati giù sani e forti e diventavano ciechi e scheletrici.
E tante vite sono rimaste in fondo a quei pozzi, A Marcinelle, per citare l’esempio più noto, dove l’ecatombe fu di 262 morti. Era l’8 agosto del 1956, 12 furono i trevigiani periti. A lungo suonarono le sirene dei soccorsi. Invano. Questa catastrofe ha costituito avvenimento centrale per l’emigrazione in Belgio e colpito profondamente le coscienze. In questo tragico conto si è cominciato a mettere anche gli altri mille minatori morti in altri incidenti e degli altri 35.000 che erano stati resi invalidi per silicosi ancor prima dei 45 anni. Un lavoro crudele, anche se accettato coscientemente. Avervi indugiato, è stato un dovere di memoria: civico e umano.
Dimensione donna
Tuttavia, non si conosce la storia della nostra emigrazione se s’ignora quell’universo-donna che ha coltivato i valori e gli affetti condividendo alla pari, al seguito dei loro uomini, sacrifici e impegni, spartendo con la famiglia l”avventura” migratoria. Anche a sconfiggere il “sistema dei padroni”, sono state le donne: sono loro che hanno utilizzato in modo sistematico il “bordo”, togliendo decine di migliaia di emigrati dalle squallide baracche e dai campi di lavoro dove erano trattati come schiavi. E’ così che è stato riscoperto il calore della casa e ritrovato i sapori della cucina del proprio paese. “Bordo” voleva dire trovare ospitalità in toto in abitazioni vere, accuditi da donne forti e coraggiose, emigrate come loro e mogli di amici comuni, che si erano “ingegnate” in questo: per ragranellare un pò ma anche per andare incontro ad una vera necessità Da qui è partito il riscatto, con queste figure delicate-forti figure che escono sempre più allo scoperto: favorendo l’aspirazione ai ricongiungimenti familiari, diventando trainanti nelle forme aggregative e nelle attività associative, famigliari e lavorative. Spesso con ruoli di punta, sempre con una presenza “speciale” e insostituibile di “valore aggiunto”: in umanità, sensibilità e perspicacia.
“Doman Parto…”
In paese il lavoro mancava, quando c’era, fruttava poco. In tanti avevano fretta di farsi un domani. Si cominciava a parlare di lunghi viaggi che portavano “dove se ciàpa i schèi”. Si sognava l’America e l’Australia. E ne ho visti partire molti di amici miei. Alcuni così giovani da necessitare di un tutore, in quanto ancora minorenni, mandati allo sbaraglio verso un ignoto buio e durissimo, che nascondevano nell’intimo le schegge di pianto che li divorava dentro. “Domàn parto ! ”, diceva improvvisamente qualcuno che aveva tenuto nascosta la decisione fino all’ultimo momento. Ed erano le poche parole che annunciavano la dolorosa partenza: pudiche di un sentimento tanto riservato quanto intenso, che si intromettevano secche come una saetta per preannunciare un distacco lacerante. “Doman parto”. E basta, perché il groppo prendeva la gola. Qualcuno spariva alla chetichella, soprafatto da una sorta di timidezza per un momento cosi delicato e triste, che magari sentiva più grande di lui. Chi partiva non si dava gran pensiero per il bagaglio. Tanto, per lo più non si trattava d’altro che di una valigia di cartone, che spesso non si riusciva nemmeno a riempire del tutto: alcuni effetti personali, una manciata di foto, perfino qualche piccolo attrezzo di lavoro. Tutti lasciavano un triste vuoto nelle compagnie. Io stesso (poco, rispetto agli altri) ho fatto fagotto, limitandomi alla vicina ma tedeschissima Svizzera.
Nostalgia e paese
L’emigrante è un protagonista, quasi sempre forzato, di un “ romanzo” di vita vissuta. Fatto anche di momenti fortunati e appaganti, ma non per questo immuni da non poche vessazioni, sempre alle prese con una vibrazione interiore, incontrollabile e latente, che si chiama nostalgia. Una parola estremamente esplicativa e di origine greca (coniata nel 1688 da Johannes Hofer per “diagnosticare” i soldati che perdevano sonno e appatito) e che significa ritorno ( nost)
e dolore (algia). Ed è un dolore che gli emigrati conoscono bene, in quanto molti si sono malati, appunto di nostalgia, per una sofferenza che era diventata insopportabile. “No ghe conferia e arie”, si diceva con reticenza, per mascherare il disagio di una implicita resa
E’ un “tarlo” che comincia a rodere al momento di partire e, sotto sotto, non si estingue mai. Nella Australia del 2000 per segnalare che il sole tramonta si dice, quasi con un sentimento liturgico che sa di romanticismo, che “il sole và in Italia”, e un imprenditore di Sidney originario ha messo il nome del suo paese alla sua ditta e alle maggiori opere realizzate “parchè el me paese xe cèo, ma el ricordo massa grando par desmentegarse”; nelle colline del Paranà in Brasile ho sentito ripetere all’infinito la frase “par catar a raise”, tanto da assimilarla ad un grido dell’anima degli avi e da ispirare un mio titolo editoriale; “Ricardo, gò un buso sul cuor che se ciama Istrana” mi ha buttato sul muso una paesana di Toronto, per uno sgomento che si è trasformato in commozione; nella casa di un pur devotissimo minatore del Belgio, poi immancabilmente morto di silicosi, ho visto appese alle pareti più fotografie del campanile di Istrana che immagini di madonne. A sera, quando le ombre del crepuscolo ammantano l’essenza delle cose,nella intimità delle famiglie si percepiscono fremiti di malinconia e si parla preferibilmente del paese lontano, di persone care che non sono mai state scordate.
Macchè telefono o compiuter
Allora le case erano zeppe di foto incorniciate , guardate e rimirate dalle mamme con il volto solcato da nuove grinze di tacita sofferenza e l’ufficio postale era diventato il cuore del paese: una lettera piegata in quattro nella busta della “posta aerea”, spesso scritta con calligrafia incerta derivata dal semianalfabetismo se non fatta scrivere, solitamente per dire un rassicurante “tutto bene, non abbiate pensiero” che magari nascondeva la realtà di condizioni inumane, di drammatiche disillusioni. Poi l’assestamento e il riscatto sociale. E cominciarono a fioccare le rimesse che dettero ossigeno e impulso economico anche ai nostri paesi: con depositi in banca mai avuti prima, con i primi piccoli acquisti di terre che intanto potevano coltivare in proprio i familiari rimasti, con le prime casette che cominciarono a disegnare con i colori della novità del benessere i panorami “edilizi” dei nostri paesi. Molti di coloro che sono tornati, si sono messi con attività propria e immettendosi con il surplus dell’esperienza importata da fuori, rappresentarono un volano economico per la realtà produttiva locale.
La Trevisani nel Mondo e la Scuola
Su questo scenario cosmopolita di palpitante umanità, ha preso corpo e si è irradiata la Trevisani nel Mondo. Una presenza capillare, che scandisce ora trent’anni di attività rivolta all’uomo in emigrazione e di chi è tornato, perseguendo per fine statutario la promozione integrale dell’uomo. Il Fondatore storico don Canuto Toso, attingendo dal messaggio evangelico riproposto e attualizzato dal concilio Vaticano II, ha accolto con sentimenti di cristiana solidarietà le implicite aspettative di tanti conterranei, ravvisando con intuizione profetica il bisogno di aggregazione quale strumento di crescita umana ed efficacia culturale nei legami ai valori originari, che rischiavano di sbiadire o di essere perduti.
Con questo avvento, è stato veicolata nei conterranei nel mondo e nelle nostre istituzioni una nuova sensibilità e considerazione, un commino impegnativo di convegni e proposte che ha portato anche a conquiste di diritti civili e sociali fondamentali (doppia cittadinanza, previdenza, voto, cultura ecc); soprattutto un mensile di testata associativa (36 pagine) che raggiunge ogni angolo della terra con una formazione- informazione che parte da casa e incrocia gli eventi del mondo.
Un prisma variegato dalle molteplici sfaccettature, che considera l’aspetto immigratorio come percorso sperimentato nella nostra emigrazione e interpreta la persona come uomo che resta tale a prescindere da quale cielo o quale bandiera sia la sua provenienza. Obiettivo importante è, infine, quello di valorizzare la memoria storica in tutte le sue espressioni, aspetto che è ribadito soprattutto dalla nostra presenza nella scuola
Che nella Trevisani nel Mondo i trova straordinaria appendice e realizzazione autonoma; Grazie a collaborazioni mai sufficientemente apprezzate e che consente la realizzazione di un lavoro autentico e inimmaginabile valore: didattico, storico, e umano. Si raccolgono testimonianze preziose, “reperti” raccolti sulla strada del tempo e del mondo, altrimenti dispersi nel vento della storia e destinati al silenzio. Dedicando tutto ciò, a coloro che hanno lasciato l’antico borgo, per cercare in cao al mondo dignità e speranza. Come “riconquista“ della memoria dell’emigrazione, che rende onore ai suoi protagonisti e fa onore alla scuola trevigiana e italiana.
Riccardo Masini