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Identità: Una parola di gran Moda

Proviamo a parlarne. Anche per dire che identità non vuol dire misconoscere, ma arricchirla con il confronto e l’integrazione di altre conoscenze.

Proviamo a parlare di “identità” (regionale e italiana), come ci è stato chiesto. Ma ci accorgiamo subito che il teorema è più complesso di quanto possa apparire. Per avere più luce scomodiamo grandi pensatori come Filos che la definisce come "il principio razionale il quale afferma che ogni concetto è identico a sé stesso" mentre per Schelling si tratta di "una dottrina fondata sull’identità del reale e dell’ideale" e Kant a sua volta obietta che "due gocce d’acqua identiche in due luoghi diversi non sono uguali", a questi accostiamo anche l’elevato contributo intervenuto ad un certo punto con i "pozzi profondi che comunicano fra loro", di "depoliana" citazione, attraverso l’avvento di quell’Umanesimo Latino di cui è intrisa la nostra storia e che arricchisce i valori fondanti della cultura.

Ma noi andiamo sul semplice, approdando subito alla considerazione che questo concetto profondo, al di là di ogni sia pur rispettabile studio, trova appendice storica e terreno fertile soprattutto nel mondo dell’emigrazione. Quando si parla di identità di una persona, magari si è subito portati a pensare a quel documento che si chiama carta d’identità e che ne qualifica la cittadinanza. Ecco, possiamo intanto riferirci al dato di una comune provenienza. Vai in giro e ti trovi in capo al mondo a scoprire persone che conservano tratti somatici, idee e valori che traggono linfa da lontane ascendenze e che rivelano l’identità più genuina; parli con giovani che magari si esprimono con l’inglese o altro, in perfetta attinenza con il paese di adozione; o persone trapiantate da decenni che fanno della memoria andata un loro blasone di vita. Il tutto come un cromosoma che ti porti dentro alla stregua di bagaglio appresso e che potremmo chiamare identificazione della persona.

Eppure, anche la carta d’identità di cui dicevamo con il tempo sbiadisce: quello sguardo non è più penetrante, il volto è aggredito da qualche grinza e i capelli sono ora brizzolati o grigi. E’ cambiata un po’ anche l”identità” intrinseca della persona? O solo plasmata? Modificata? E’ vero che diventa sempre più difficile coniugarla con il concetto della globalizzazione, ma è anche vero che questo “distinguerci” resta ed è uno degli ultimi beni preziosi che non ci fanno diventare cloni o fotocopie. Magari l’identità personale subirà delle metamorfosi fisiologiche, ma riteniamo senza perdere la prerogativa di fondo che l’ha resa forte e unica.
In questo contesto và ribadita l’importanza e la necessità di tenere in vita la radice, perché un tronco che resta tale è inutile e, invece, quando produce rami diventa ombra capiente di un grande albero dalle fronde accoglienti. Le migrazioni dei popoli sono un fatto ineluttabile, come un grande fiume in piena dove scorrono le vicende umane: quelle dei personaggi che lasciano tracce, ma anche delle piccole importanti gocce della gente comune che hanno alimentato i ruscelli correndo al grande flusso storico. E ne abbiamo conosciuto tante di queste importanti "gocce", così’ caratterizzate da una conformazione mentale che rispecchia l’ "humus” della stessa terra e dello stesso popolo, con impresso il timbro di una espressione

linguistica comune, compreso il dialetto: che parte dall’anima della gente e del tempo.

E pensiamo alla bravura e alla dignità dei connazionali d’Europa, che con la “scorza” dell’identità, hanno retto all’urto del nuovo assimilando il presente ed entrando nei gangli sociali e anche politici del paese ospitante, imponendosi (vedi Svizzera) come modello comportamentale da imitare; così dicasi per il Nord America e per l’Australia, dove sono diventati volano e cervelli delle nazioni di adozione, portando in serbo toccanti note di amore per l’origine ("il sole và in Italia", si dice nell’esotico Qeesland per configurare il tramonto); altrettanto si riscontra dalla sponda economicamente meno fortunata del Sud America, dove non pochi hanno fatto strada e quasi tutti continuano a parlare il dialetto originario portato dai nonni a fine ottocento e a cantare canzoni "arcaiche" da noi scomparse; e infine il leggendario Sud Africa, "paradiso terrestre" creato dalla natura e reso "trincea" esistenziale da conflitti sociali e etnici.

In tutto questo mosaico, anche il disincanto di tasselli che presentano una ricerca della "stagione dell’identità" attraverso iniziative pseudo promozionali non prive di retorica: come quella di proporre al mondo l’immagine di Pinocchio come marchio morale del "Made in Italy" (bene come idolo delle infanzie, ma con i simbolismi del "naso" come la mettiamo ?). Più mirate altre irrinunciabili operazioni come quella dell’affannosa messa a punto dell’anagrafe dei residenti all’estero che sarebbe una bella risposta alle richieste della comunità emigrante, ma fino a quando non verranno potenziati i presidi consolari abbiamo i nostri motivi di scetticismo. E, invece, si va controcorrente, anzi ci si catapulta  all’indietro: perché addirittura tante sedi consolari vengono soppresse, con inevitabili e ulteriori contraccolpi in negativo. Ma di questo, parleremo a parte.

 E con l’insegnamento della lingua italiana, emblema per eccellenza di comunicazione e di identità, come la mettiamo? Anche qui c’è il tracollo, con i corsi capillari e di base che sono per lo più spariti, salvo il salvagente di Fondazione Cassamarca che continua a mantenere le cattedre di italianistica all’estero; encomiabile, ma solo riferito  alle università

Vaga e solo nell’aria anche la promessa di interventi per migliorare gli Istituti di Cultura e di dare supporti alle stesse imprese: per "valorizzare l’identità italiana", si dice: ma come conciliare anche qui con la mancanza di personale e di stanziamenti?

Altro “nodo” potrebbe diventare il diritto di voto finalmente acquisito e da considerare come una grande conquista anche al fine con il legame con la radice, ma che è visto (e qui è il paradosso) anche come pericolo reale di inquinamento nei rapporti fra persone, con inevitabili controversie e divisioni. Una versione che è seriamente accreditata da fonti di osservazione che provengono da Toronto e Melbourne.

E allora, cos’è in fondo l’Identità? Secondo noi un tutt’uno imprescindibile con il buono e anche l’imperfetto che l’indole umana porta con se; per stare nel nostro ambito : il risultato di costruire con i mattoni della memoria il percorso di sacrifici e di riscatto che ha plasmato la nostra vita come valore distintivo di una vera identità, che è la casa della forza e della storia. Certamente si subiranno i cambiamenti che sono inesorabilmente segnati dalla fotografia del tempo, ma resteranno sempre riconoscibili i tratti individuali essenziali con una identità personale che sarà collettiva e universale. Confluendo, dove si fonde l’Umanità. Una sola parola, ma immensa e che vuol dire il mondo intero, senza distinzione di luogo o di razza.

Un ragionamento forse troppo articolato per le nostre teste ma che si fonde su concetti di fondo. Quali la considerazione di dover inevitabilmente partire dal presupposto che non si possono misconoscere la storia e la cultura della altre identità di cui è intriso il mondo e che rappresentano spaccati di tutta l’umanità, di tutte le genti. Per arrivare a questo in maniera positiva è indispensabile capire bene chi siamo e conoscere bene la nostra di identità. Per intersecare il tessuto della coesistenza, rendendolo variegato e arricchente, anche con il filo forte di una nostra coscienza di popolo, individuale e collettiva.

Riccardo Masini


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