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1870 - 1970 Cent'anni di storia dell'emigrazione Italiana nel Mondo

Tra il 1870 e il 1970 circa ventisette milioni di migranti lasciarono l'Italia per lavorare e vivere all'estero. Nel mondo, le conseguenze demografiche dell'emigrazione italiana sono state impressionanti. Agli inizi del ventesimo secolo metà della popolazione di São Paulo e più di metà della popolazione di Buenos Aires era composta da italiani e dai loro figli; New York e Toronto hanno entrambe nel corso della storia asserito di avere una popolazione italiana maggiore di quella di Roma. Gli italiani sono stati una componente numerosa della forza lavoro della Francia, della Svizzera e della Germania, sia prima sia dopo la Seconda guerra mondiale. Oggi circa sessanta milioni di persone di origine italiana vivono in paesi extraeuropei 1; senza dubbio parecchi altri milioni vivono in Europa fuori dai confini italiani, si può quindi affermare che il numero di persone di origine italiana che vive fuori d'Italia oggi superi la stessa popolazione italiana.

Dal punto di vista demografico è abbastanza facile comprendere perché si siano avute così tante interpretazioni dell'emigrazione italiana nell'ambito delle storie nazionali dei paesi d’accoglienza, come Stati Uniti, Francia, Australia e Argentina. In questi paesi gli immigrati – gli italiani tra loro – costituirono dal dieci al trenta per cento delle popolazioni locali durante gli anni caldi dell'immigrazione. Oggi le persone di origine italiana rappresentano il dieci per cento della popolazione francese, il 21 per cento di quella Argentina e circa il 5 per cento di quella statunitense. Interpretare la storia di questi paesi vuol dire interpretare l'immigrazione. Negli Stati Uniti, il paese che fino a trent'anni fa è stato quello maggiormente consapevole del suo ruolo di nazione di immigrati – lo studio sugli italiani è iniziato presto, e si può dire che gli studiosi statunitensi abbiano stabilito l'agenda per gli altri. Ma lo studio degli italiani in ogni parte del mondo si è ora consolidato, e il compito di analizzare l'emigrazione italiana in una prospettiva globale e comparativa non è ancora stato pienamente intrapreso.

Sulla base di puri fatti demografici è meno comprensibile il perché siano state date così poche interpretazioni dell'emigrazione italiana nella stessa Italia. Quegli stessi ventisette milioni di emigrati italiani è da ricordare che eguagliavano quasi, nel 1871, la popolazione stessa dell'Italia appena unificata. Per quello che riguarda il secolo su cui abbiamo i dati più completi, l'emigrazione divenne un modo di vita per molti residenti della penisola italiana e delle sue isole maggiori, Sicilia e Sardegna. La storia dell'emigrazione dovrebbe essere altrettanto centrale per comprendere la storia italiana così come lo è per la storia degli Stati Uniti, dell'Argentina e della Francia. Ma, naturalmente, non lo è. Nella storia italiana l’emigrazione costituisce una dimensione più regionale che nazionale. Se guardiamo gli indici delle storie d’Italia degli anni cinquanta e sessanta si può notare che non menzionano mai l’emigrazione; né compare nella più recente Storia d’Italia diretta da Giuseppe Galasso.

Lo studente agli inizi dei suoi studi che cerca di capire il ruolo dell’emigrazione nella storia italiana trova l’interpretazione di Robert Paris «l’Italia fuori d’Italia» che contrappone una squilibrata descrizione dell’emigrazione italiana in Francia e in Sud America con prove del diffondersi della civiltà italica nel mondo; un’interpretazione meno sbilanciata dell’emigrazione politica del Risorgimento e dell’emigrazione di massa dal Sud a cavallo del secolo si trova nella Storia dell’Italia moderna di Candeloro e in molti saggi che toccano le migrazioni successive al 1945 nella recente Storia dell’Italia repubblicana di Barbagallo. Un principiante determinato può trovare una letteratura più specializzata – la sintesi quantitativa di Rosoli e il testo descrittivo di Sori, così come le raccolte di saggi di De Felice, Ciuffoletti e Assante. Molti ottimi e dettagliati studi sull’emigrazione e sulle sue conseguenze sono stati compiuti per regioni italiane – ad esempio Storia del Mezzogiorno e la Storia d’Italia: le regioni dall’Unità ad oggi – ma non hanno modificato la storia nazionale, o creato un posto più centrale per l’emigrazione al suo interno. La storia nazionale dell'Italia moderna menziona solo brevemente l'emigrazione e solo una volta trattando la crisi economica a cavallo del secolo.

In generale gli storici dell'Italia descrivono l'emigrazione come la conseguenza di un'industrializzazione ritardata e limitata regionalmente, e della parallela stagnazione economica del Mezzogiorno. L'emigrazione è così vista come un aspetto del «problema» del Mezzogiorno e come un movimento permanente di meridionali frustrati che si dirigono negli Stati Uniti industrializzati o verso l'America più in generale. Purtroppo trent’anni di nuova ricerca sull’emigrazione dalle regioni italiane e sull’immigrazione nei paesi riceventi di tutto il mondo, ha messo in discussione quasi ogni assunto di questa semplicistica e limitata interpretazione del ruolo del fenomeno migratorio nella storia d’Italia. In primo luogo l'emigrazione dall'Italia non fu una risposta limitata alle crisi economiche della fine del Diciannovesimo secolo e dell'inizio del Ventesimo. Non trascurabili migrazioni verso il Sud America e l'Europa precedettero di gran lunga le crisi economiche della fine del Diciannovesimo secolo, suggerendo così altre cause per l'emigrazione. Circa mezzo milione di italiani viveva già fuori d'Italia all'epoca dell'unificazione e probabilmente tra uno e due milioni avevano lasciato la penisola nei cinquanta sessanta anni che precedettero il 1861. Né l'emigrazione italiana cessò con la Guerra mondiale: 2,6 milioni di persone emigrarono tra il 1916 e il 1925 e un milione e mezzo tra il 1926 e il 1935. Nei due decenni dopo il 1946 sei milioni di italiani lasciarono il paese.

Né l'emigrazione costituiva solo un riflesso del problema del Mezzogiorno. Gli emigranti dell'Italia meridionale costituirono solo tre quarti degli immigrati negli Stati Uniti, ma gli italiani provenienti dall'Italia centrale e settentrionale fecero da pionieri e rimasero una ragguardevole minoranza tra gli immigrati in America Latina. Ancor più rilevante è il fatto che grandi maggioranze di emigrati in Francia, Germania, Svizzera e Austria provenissero dalle regioni settentrionali e centrali, le zone meno stagnanti del paese, dal punto di vista economico. E questi emigrati in Europa, i meno studiati di tutti gli emigrati italiani, dal momento che si recarono in paesi che li consideravano sojourners e non definitivi, spesso superarono quelli che si diressero nelle Americhe.

In realtà, come hanno facilmente mostrato gli studiosi della diaspora italiana, la maggioranza degli emigranti non lasciò l'Italia meridionale per andare negli Stati Uniti, o nemmeno nelle Americhe. Durante il periodo di massima emigrazione, 1870-1914, il più gran numero di emigrati italiani andò in Europa, non negli Stati Uniti. Dei quattordici milioni di italiani che emigrarono tra il 1870 e il 1914, ben sei milioni lavorarono in altri paesi europei e tre milioni si diressero in Argentina, Brasile e altri paesi dell'America Latina. Solo quattro milioni emigrarono negli Stati Uniti e in Canada. Negli anni dopo la Prima guerra mondiale, la percentuale verso gli Stati Uniti divenne persino più piccola, con la Francia al primo posto e, nel secondo dopoguerra, Argentina, Canada, Australia e Francia furono scelte come meta prima degli Stati Uniti.

Infine, la maggior parte degli emigrati italiani non abbandonò l'Italia, né si staccò una volta per tutte dalla vita italiana. Al contrario, circa la metà tornò di nuovo in patria. E un'ampia, ma indefinita, percentuale di chi rientrò emigrò di nuovo, anche più volte per parecchi decenni nell'arco della vita lavorativa. È probabile che la maggioranza dei cittadini italiani abbia legami di amicizia o parentela con gli italiani all'estero e, in qualche regione di intensa emigrazione, questi siano perdurati di generazione in generazione, incoraggiando lo sviluppo di una cultura in cui l'emigrazione, e la vita all'estero, rappresentano la normalità, piuttosto che l'eccezionalità: una parte ordinaria della vita quotidiana sociale ed economica. L'Italia è rimasta il principale «nodo» in questa rete, o diaspora, a dimensioni mondiali, di italiani all'estero. Lo scambio di persone, capitali o idee con italiani in paesi di tutto il mondo è stato continuo.

È giunta l'ora che gli storici dell'Italia inizino a considerare e a interpretare l'esperienza migratoria che ha plasmato gli immigrati di ritorno e, attraverso di loro, l'Italia. Per ovvie ragioni, questo non è un progetto che può essere intrapreso dai soliti «esperti» dell’emigrazione italiana – e cioé gli storici dell’immigrazione italiana nei paesi di accoglienza.

La ricca ricerca sugli italiani nelle «nazioni di insediamento» suggerisce almeno tre modi per portare «gli italiani nel mondo» e le loro migrazioni e ritorni più vicini al centro interpretativo della storia dell'Italia moderna. Tutte le strategie iniziano con una metodologia che può essere efficacemente definita come «dall'Italia all'estero» e cioè tracciare i collegamenti dell'Italia all'estero alle molte «piccole italie» nel mondo, e verificare l'impatto dell'emigrazione e del ritorno sul paese di partenza. Le interpretazioni migratorie dell'Italia all'estero potrebbero tuttavia produrre due versioni molto diverse della storia italiana. L'una ancora saldamente nazionale nei suoi scopi, mentre l'altra potrebbe essere caratterizzata come un'«internazionalizzazione» della storia italiana interpretandola in una prospettiva globale o internazionale.  Le critiche storiche dello stato nazionale e del nazionalismo hanno recentemente generato una grande domanda di «internazionalizzazione» delle storiografie nazionali 9. Gli storici dell’immigrazione hanno gettato le basi per un nascente nuovo interesse nella ricerca «transnazionale» e per l'insegnamento di storia mondiale, o globale 10. Tra gli italianisti sia Ferdinando Fasce, nel suo Tra le due sponde sia Richard Bosworth col suo recente Italy and the Wider World utilizzano un approccio internazionale per la storia italiana. Fasce si concentra su una miriade di collegamenti di affari, culturali, migratori e ideologici tra l'Italia e gli Stati Uniti alla fine del Diciannovesimo e nel Ventesimo secolo. Il suo lavoro si affianca a quello dei più vecchi studi sui rapporti con l'Italia scritti in prospettiva statunitense come quelli di Diggins e De Conde. Bosworth esamina i collegamenti italiani in una prospettiva ancora più ampia, prendendo in esame non solo l'emigrazione globale italiana ma anche la diplomazia, il militarismo e l'imperialismo, il commercio, la cultura e il turismo.

Una seconda possibilità per internazionalizzare la storia italiana è una storia «transnazionale» della stessa diaspora italiana in cui l'Italia e la vita italiana rimangano «nodi» centrali di una rete di ampiezza mondiale. Secondo tale approccio, la storia italiana potrebbe essere interpretata come sempre rispondente, e contemporaneamente un'influenza importante, rispetto agli sviluppi delle comunità italiane nel mondo. L'obiettivo di una storia italiana internazionalizzata ha guidato gli studiosi che hanno collaborato al progetto internazionale «For us there are no frontiers» sull'immigrazione economica e sul radicalismo nel mondo

Presumibilmente, tuttavia, molti storici dell'Italia non si trasformeranno nell'immediato futuro in storici comparativi, o storici del mondo, della diaspora. Molti potrebbero rispondere all’invito di Franzina e iniziare a scrivere una storia dell’emigrazione italiana che sia «più italiana che americana». Facendo questo potrebbero dare un contributo significativo allo studio degli italiani nel mondo. A differenza degli storici dei paesi riceventi, mossi dalle loro storiografie nazionali a focalizzarsi sull’immigrazione italiana in un singolo paese, gli storici italianisti hanno tutti i motivi per leggerla come una complessa e globale rete di «catene» migratorie che si sono estese fuori d’Italia e vi son rientrate, per almeno due secoli. Una volta che l’emigrazione italiana viene vista nella sua globalità, inoltre, le inadeguatezze delle interpretazioni tradizionali della «collocazione» dell’emigrazione nella storia nazionale d’Italia e nei paesi di accoglienza divengono obsolete. Per gli storici dell’Italia, allora, la sfida è quella di nazionalizzare una storiografia internazionale sugli italiani nel mondo e renderla parte della storia nazionale italiana così come è accaduto per la storia degli Stati Uniti, del Canada, della Francia o dell'Argentina.

C'è molto lavoro da fare in questo senso. In primo luogo, naturalmente, gli storici italiani devono elaborare più circostanziatamente i fatti, i tempi e il regionalismo delle migrazioni italiane, e leggerle come un elemento di lunga durata della vita italiana e non come un problema contingente del Mezzogiorno, alleviato dalla massiccia emigrazione verso gli Stati Uniti negli anni tra il 1890 e il 1914. L'emigrazione era già un fenomeno consolidato nella vita italiana nel 1870, e le sue connessioni al sommovimento politico ed economico del Risorgimento in particolare richiedono attenzione e interpretazioni: le vite dei molti esuli italiani di quel periodo ci ricordano che i momenti di formazione dello stato sono spesso momenti di mobilità di popolazioni. Le origini dell'emigrazione di massa si trovano nel Risorgimento, e nessuno può meglio interpretare i collegamenti tra le migrazioni precedenti e successive dell'unificazione degli storici italiani del periodo.

Allo stesso modo non possono essere ignorate le emigrazioni del periodo fascista, né possono essere interpretate come una mera continuazione dell'emigrazione economica del periodo precedente alla guerra. Le migrazioni di questo periodo riflettono radicali mutamenti delle politiche statali nei confronti dell’emigrazione sia in Italia che nei paesi riceventi – un vero cambiamento nel regime globale politico delle migrazioni internazionali. I legami tra la Resistenza in Italia e il movimento antifascista internazionale, incentrato, ma non limitato alla grande comunità italiana in Francia (che era relativamente più grande di quella statunitense negli anni trenta), sono sicuramente parte di questa storia. Ciò di cui abbiamo bisogno sia per il Risorgimento sia per gli anni tra le due guerre mondiali, è una storia più politica dell’emigrazione dall’Italia, e una storia che interpreti le cause politiche e le conseguenze delle migrazioni sia degli esuli sia dei lavoratori. Gli storici del movimento operaio italiano hanno iniziato bene narrando la storia dei lavoratori, del movimento operaio e dell’emigrazione. Ma anche gli storici economici italiani hanno eccellenti opportunità di interpretare gli sviluppi discontinui dell'Italia, dallo sviluppo delle industrie del Nord attorno al 1900, al fiorire del secondo «miracolo economico» del dopoguerra all'interno del contesto di un modello migratorio Nord-Sud durato un secolo, che avvenne sia all'interno sia all'esterno dei confini italiani. Persino quando aumentò la domanda di occupazione alla svolta del secolo nell'Italia settentrionale che si stava modernizzando, milioni di italiani del Nord si diressero al di là delle Alpi in cerca di lavoro. Dopo la Seconda guerra mondiale, le industrie italiane del Nord divennero sempre più competitive con la Germania e la Svizzera (e anche con l'Argentina) per ottenere il lavoro delle nuove generazioni di immigrati meridionali dalla Sicilia e dal Meridione. (Mentre sei milioni di italiani emigrarono tra il 1945 e il 1970, circa nove milioni migrarono all’interno dell’Italia, la maggior parte di loro dalle regioni del Sud alle province del Centro e del Nord). Questo modello di sovrapposizione di migrazioni interne e internazionali non è peculiare dell'Italia ma è collegato a un'importante transizione della vita italiana: dall'essere nazione che manda gli emigrati all'estero fino a divenire una nazione che, e ciò è più visibile oggi, riceve immigrati da altri luoghi.

Una ben definita interpretazione italiana dei legami di lungo periodo di economia, regionalismi e migrazione offre nuove possibilità per analizzare le ultime «crisi» connesse alle migrazioni nella vita italiana l'arrivo di immigrati dall'Africa, Asia e Europa dell'Est. La Germania passò una (molto precedente) transizione da paese esportatore di manodopera a paese ricevente e storici come Klaus Bade hanno fatto di questo un tema della storiografia nazionale e dei dibattiti sulla politica interna sull’immigrazione negli anni ottanta. Gli storici italiani potrebbero proficuamente seguire il loro esempio. Le esperienze degli immigrati italiani all'estero sollevano molte delle stesse questioni che gli italiani incontrano oggi quando si trovano davanti i nuovi immigrati. Gli storici dell’emigrazione italiana dovrebbero aiutare l’Italia, come nazione, a fare i conti sia moralmente sia politicamente con la pressante questione dell’immigrazione.

Gli storici italiani sono anch'essi in una posizione unica per dare un contributo vitale e innovativo alla storia degli italiani nel mondo, affrontando un problema ignorato dalle storiografie dei paesi riceventi, quello dell'immigrazione di ritorno. Gli studiosi dei paesi riceventi hanno rilevato che la maggior parte degli italiani arrivò la prima volta nei loro paesi come sojourners, con l'intenzione di ripartire cosa che, infatti, avvenne per molti. Ma proprio come gli studiosi italiani hanno teso ad abbandonare lo studio di coloro che hanno abbandonato l'Italia, allo stesso modo gli studiosi degli italiani nei paesi di immigrazione tendono ad abbandonare chi è ripartito. In assenza di una storia sistematica dell'immigrazione di ritorno in Italia gli studiosi degli italiani nei paesi di immigrazione non riusciranno mai a interpretare definitivamente l'inserimento degli immigrati nelle nuove patrie, né a comprendere la formazione delle loro nuove identità.

In realtà gli storici della diaspora italiana non saranno in grado di decidere se la «diaspora» sia, infatti, un'appropriata metafora per le migrazioni italiane fino a che non abbiano più empiricamente svolto studi sulla circolazione e il ritorno. Gli storici potrebbero iniziare rispondendo a una semplice questione demografica: quale percentuale di cittadini italiani oggi discende da emigrati di ritorno? La ricerca sugli italiani all'estero opera spesso distinzioni delle identità e dei collegamenti all'Italia delle seconde e terze generazioni – i figli e i nipoti degli immigrati. Non potrebbe essere utile guardare alla società e alla politica italiane nella prospettiva dei figli e dei nipoti degli emigrati di ritorno? Si può presumere che almeno dodici o tredici milioni di italiani siano rientrati nel paese in varie regioni; i loro figli e nipoti sono indubbiamente essi stessi molto numerosi, se non la maggioranza assoluta della popolazione italiana contemporanea. Tuttavia non sappiamo praticamente niente – dal punto di vista storico o sociologico – dell'eredità lasciata dall'emigrazione in chi è tornato, nelle famiglie e nelle comunità d'origine.

L'ampiezza delle migrazioni italiane nei due secoli scorsi funge da collegamento di numerose tematiche che gli storici italiani non potrebbero altrimenti collegare tra loro. L'esempio più ovvio collega la storia dell'agricoltura, delle regioni rurali e dei contadini con la storia delle donne. A seconda del decennio e delle regioni, il sessanta/novanta per cento degli emigrati italiani era composto da uomini. La sproporzione tra uomini e donne migranti costituisce sia un indizio della natura temporanea sia una denuncia della carenza nella storia della diaspora italiana e della vita rurale italiana: le donne contadine. Una recente tesi studia la vita delle donne talvolta chiamate «vedove bianche» o «le donne che aspettano». In tutta l'Italia – settentrionale e meridionale – milioni di donne italiane allevarono bambini, diressero i lavori agricoli, nutrirono se stesse e i loro figli, condussero piccole imprese, investirono denaro in proprietà ed effettuarono decisioni chiave sull'istruzione e la socializzazione delle generazioni successive. Una miglior comprensione storica delle loro vite aiuterebbe non solo gli storici italiani a individuare le conseguenze economiche dell'emigrazione maschile sull'agricoltura italiana e sull'economia contadina, ma chiarirebbe anche come il lavoro produttivo e le decisioni sui consumi delle donne italiane sostennero, integrarono o resero vane le scelte migratorie degli uomini circa l'occupazione, i salari e il lavoro all'estero. In breve ulteriori ricerche storiche sull'Italia contadina potrebbero aiutarci a comprendere come operò l'«economia familiare» internazionale – spesso nella arco di vari decenni – e come milioni di queste economie familiari forgiarono l'evoluzione dei consumi, dell'industria e dell'agricoltura in Italia. La storia delle donne contadine contiene la chiave non solo del «transnazionalismo» come modo di vita, ma dell'arresto e dell'incompleta inclusione delle campagne italiane nella vita e nella politica italiane.

Si potrebbero anche rintracciare importanti collegamenti tra la storia della regolamentazione statale dell'emigrazione e del sostegno dello stato ad avventure imperialistiche, in particolare in Africa. Sebbene non siano stati oggetto di grande attenzione, gli italiani emigrarono per lavorare e stabilirsi, ancorché in misura limitata, in Africa. Anche se in maniera discontinua a partire dal 1870 e per tutto il periodo fascista, gli ideologi italiani sostennero che l'emigrazione era una forma di espansione imperiale. Nella lingua di tutti i giorni, sia in Italia sia all'estero si riferirono agli insediamenti degli italiani all'estero, le Little Italies del mondo anglofono, come «colonie». Anche l'Italia rappresenta un esempio precoce di uno stato nazionale interessato a mantenere, e in qualche caso, a incoraggiare il sostegno alla madrepatria tra gli uomini e le donne che vivono e lavorano all'estero. La politica statale riguardo alla cittadinanza, al servizio militare, alla tassazione, al diritto di voto alla rappresentanza politica venne discussa per la prima volta nel 1908, e si continua a discuterne ancora oggi, e fornisce uno dei primi esempi di come i paesi di emigrazione creano e definiscono la cittadinanza in un mondo di migrazioni internazionali. I paesi esportatori di emigranti oggi – molti dei quali sono ex colonie dell’impero britannico – combattono con le stesse questioni.

In questa sede si sostiene che l'emigrazione sia inestricabilmente collegata con quella che può essere considerata la questione saliente per gli storici dell'Italia moderna: lo scarso successo dello stato italiano nella «formazione dei propri cittadini» e di una forte identità nazionale italiana. Gli storici italiani devono indagare su come l'emigrazione abbia formato l'identità nazionale fino ad oggi: ogni zona d'Italia ha sviluppato e, per più di due secoli, mantenuto collegamenti migratori con parti molto diverse del mondo. Ognuno di questi angoli della diaspora italiana, inoltre, sia che li chiamiamo anglofoni, latini o tedeschi o scelgano altre etichette – ha «costruito» i propri lavoratori immigrati italiani in modi profondamente diversi.

All'estero gli italiani hanno visto modelli di cittadinanza che i sociologi Stephen Castle e Mark Miller hanno chiamato «popolari o etnici» (alcuni potrebbero invece dire «razzisti»), repubblicani, o «multiculturali» 28. Il primo atteggiamento è caratteristico della Germania e dell’Europa Centrale, il secondo degli stati centralizzati francese e argentino, il terzo delle federazioni del mondo anglofono. Partendo dal presupposto che l’emigrazione abbia posto le stesse sfide alla cittadinanza e alla identità nazionale in paesi esportatori come l’Italia iniziamo col chiederci dove le definizioni italiane di entrambe si «inseriscono» in una tipologia come questa. All'estero, gli emigrati italiani fronteggiano nazioni che hanno visioni molto diverse, con aspettative molto diverse rispetto all'evoluzione delle loro lealtà e identità. In Germania e in Svizzera i tentativi dei movimenti operai di proteggere se stessi e i lavoratori stranieri attraverso la cooperazione sindacale transnazionale, e il collegamento dei contratti di lavoro ai permessi di residenza hanno contribuito a costruire la figura dell’italiano immigrato come sojourner e in seguito come Gastarbeiter, definendo gli immigrati decisamente come cittadini italiani, non come potenziali cittadini del paese in cui lavoravano. Negli Stati Uniti, al contrario, gli italiani apparentemente «divennero italiani» mentre «diventavano americani»: in questo caso, gli immigrati separarono nettamente la loro lealtà culturale nei confronti di famiglia, regione d’origine e Italia dalla loro lealtà civica, nazionale e politica in quanto cittadini del paese ricevente. Anche in Canada e Australia la diversità culturale degli italiani in una società multiculturale è data per scontata senza che questo infici la loro lealtà nazionale, o di cittadinanza, in Canada. In tal modo, per i molti italiani che si erano mossi avanti e indietro tra l'Italia e il mondo anglofono, o che da quel mondo erano tornati in Italia, la doppia appartenenza costituiva più una regola che un'eccezione. Questo non si verificò in Francia, in Brasile o in Argentina, paesi che avevano attirato un gran numero di italiani, e da cui erano tornati numerosi italiani. Stati accentratori e unitari come la Francia (e, seppur in misura minore, l’Argentina) non hanno incoraggiato le identità multiple o lo sviluppo di società consapevolmente «multiculturali» come quelle del mondo anglofono. In Argentina negli anni sessanta, ad esempio, Gino Germani descriveva il paese come un riuscito melting pot, in cui la fusione tra gli immigrati spagnoli, italiani, tedeschi ed europei dell'Est aveva creato una società unita, senza significative divisioni etniche. Anche la Francia rimane fedele a una nozione di cittadinanza sufficientemente unitaria da richiedere l'esclusione di appartenenze e simboli etnici (e anche religiosi) dall'arena pubblica. Quando Gerard Noiriel scrisse Le Creuset Francais egli inserì il termine etnico tra virgolette per sottolineare la sua natura ambigua in Francia. In tal modo anche quegli storici francesi come Noiriel, che hanno evocato l'immagine del melting pot – che nel mondo anglofono qualche volta simbolizza anche il pluralismo culturale – tendevano, come Germani in Argentina, a sostenere che il loro era un melting pot riuscito in cui le culture si erano così fuse e mischiate con quelle dei nativi che l'etnicità stessa era «scomparsa», almeno come fattore significativo nella vita pubblica.

Solo gli storici italianisti possono dare un’interpretazione di come le esperienze dei paesi riceventi, e le rispettive aspettative di identità e di cittadinanza, abbiano plasmato la costruzione dell’identità nazionale in Italia. Vale la pena di ricordare che gli emigrati che tornavano potevano essere chiamati «americani» o «tedeschi» dai vicini e dagli amici. Dovremmo leggere questo come un processo di ifenizzazione o di pluralizzazione di identità paragonabile a quello del mondo anglofono? Ritengo che possa costituire un buon punto di partenza per una nuova interpretazione dei concetti italiani di identità e di cittadinanza.

Soprattutto l'emigrazione, il più delle volte, incoraggiò l'elaborazione di identità e appartenenze complesse tra gli emigranti, le loro famiglie e le regioni d'origine – sebbene forse più incisivamente nel Meridione da dove molti emigrarono per l’America anglofona. In questo senso l'emigrazione operò contro la creazione di un'identità nazionale unitaria paragonabile a quella della Germania, dell'Argentina o della Francia: il concetto italiano di cittadinanza e di nazionalità aveva scarse possibilità di divenire quello che Castle e Miller chiamano «etnico» o «repubblicano».

Il fatto che gli italiani si siano diretti in molti paesi diversi, e che settentrionali e meridionali siano stati coinvolti per oltre due secoli in diversi circuiti migratori e di rientro, continua a indirizzare gli italiani verso quel tipo di identità multipla e col trattino, di solito associata al mondo anglofono. In quel senso, le complesse identità degli italiani, compreso il loro persistente regionalismo, potrebbero essere lette come un tipo di etnicità culturale, paragonabile a quello delle regioni e dei gruppi etnici degli Stati Uniti. Con l'Italia che è ora divenuta un paese di immigrazione, invece che di emigrazione, può valer la pena soffermarci a considerare le conseguenze. Di fronte a immigrati dall'Africa e dai paesi dell'Est europeo, i concetti italiani di inclusione e di cittadinanza seguiranno anch'essi il modello anglofono? L’Italia giungerà mai a considerarsi una nazione multietnica? Se accadrà, l'immigrazione diverrà una variabile dell’identità nazionale italiana come l'emigrazione lo è stata nel passato.

L.M.

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