Wednesday, February 08, 2012     •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 
Tradizioni per Gennaio e Febbraio

Abbiamo intitolato queste nostre chiacchierate "Dialetto e dintorni"; dedicheremo ora qualche puntata ai "dintorni". Con "dintorni" del dialetto intendiamo tutto quello che ad esso è collegato: il sistema di vita, le abitudini, le tradizioni popolari durante l'anno. Quali tradizioni? Quelle dei nostri paesi: paesi a cultura eminentemente agricola e collegata in maniera stretta con i riti del cattolicesimo e con le scadenze dell'anno liturgico, come evidenziano anche i proverbi che riporteremo.

Ci stiamo pian piano lasciando alle spalle l'inverno e ci avviamo verso la primavera. In antico, come ben ricorderanno i nonni, nelle parlate trevigiane la primavera era la vèrta, quella che i Furlani chiamano la viarte. Vèrta e viarie stanno per "apertura", apertura della buona stagione dopo i rigori dell'inverno. Già nel mese di gennaio se ne preannunciava e se ne desiderava l'arrivo.

Così i proverbi, che sono il distillato della sapienza popolare:

- San Bas-ciàn co' 'la viòla in man (S. Sebastiano, 20 gennaio);

- Da Santa Agnése èl frét fruzha pa'e zhiése, ma se 'e zhiése no' 'le è fate él va su pa'e culate (A Sant'Agnese, 21 genn., il freddo razzola per le siepi, ma se le siepi non sono fatte va su per le coscie).

Verso la fine di gennaio anche il ghiaccio comincia a sciogliersi:
- Da San Pòl èl iazh èl se ronpe èl òs del còl (Alla conversione di San Paolo, 25 genn., il ghiaccio si rompe l’osso del collo).

E infatti:
- San Paolo ciaro e zheriola scura, del inverno no se à pì paura (zherio'la, candelora, 2 febbraio).t
Ma febbraio è traditore:
- Febraro febrarùt, pèdo de tut (pèdo: peggio) e Febraro febrarùt, èl'é ben curt ma l'è ben brut.

O come ammoniscono due detti raccolti nell'Asolano:
- El ton de febraro, chi ga tre vache gh'in magna un per,
- Se no'piove in febraro, no' va ben né 'a tèda né èl granaro (tèda: fienile).

Il 14 febbraio è S. Valentino. Ora quella di S. Valentino è riconosciuta da tutti come la festa dei fidanzati, ma ben altre erano le preoccupazioni nei tempi andati, tempi di miseria e di fame.

Infatti dice il proverbio:
- San Valentin, mèdo pan e mèdo vìn, mèdo fén pai bucìn (variante asolana: boìn, dim. di bue; mèdo: mezzo; bucin: vitellino).

Come a volte l'inverno si presentasse tragico lo si può intuire dalla seguente espressione:
- Cavàl no' stà morìr che l'èrba à da vegnìr!

Ma l'indigenza comune a tante famiglie era attenuata da varie forme di cristiana solidarietà, come quella del porzhèl de Santantòni, il porcello di Sant'Antonio, tradizione ormai decaduta, ma ancora viva nella memoria di molti anziani. Il santo non è Sant'Antonio da Padova, ma Sant'Antonio abate, l'anacoreta egiziano vissuto dal 251 ca. al 257 (ultracentenario!), festeggiato il 17 gennaio e raffigurato con accanto il maiale e altri animali domestici, di cui era considerato il patrono. Condivideva l'incarico con San Bovo, un santo provenzale vissuto nel 10° secolo. In ogni stalla non mancava mai la stampa che raffigurava l'uno o l'altro.

Chi scrive queste note ricorda di essersi fermato alla fine degli anni 70 in un pomeriggio di gennaio in un'osteria (o era già un bar?) di una frazione nell'immediata periferia di Treviso, ora assorbita dalla città. C'erano lì alcuni pensionati che, tra una partita a carte e l'altra, se la raccontavano beatamente. Parlando con nostalgia dei tempi andati e constatando che "désso zé tuto canbià", ricordavano con mille particolari le vicende del "porsel de Sant'Antonio", come qualcosa che avevano vissuto qualche decennio prima.

Così ne parlano due ricercatori in un libretto del 1938: "Non impedisce però al contadino la sua povertà di pensare ai poveri. Così raramente il mendicante si sente rifiutare una fetta di polenta calda; così tutte le famiglie mettono da parte qualche avanzo per il «porzèl de Sant'Antonio», il maiale donato da qualche devoto al paese. In pochi giorni la bestia si avezza a fare il giro di tutte le case del villaggio per ricevere dovunque un po' di cibo. In tal guisa l'animale viene allevato senza spesa per nessuno fino al giorno in cui, ben grasso, è messo all'asta e il provento della vendita viene devoluto in beneficenza. In ogni caso una delle coscie del maiale deve dal compratore essere restituita, perché tutti i più poveri del paese, chiamati a convito, la devono mangiare. Questo sa anche il maiale, che, quando gli si domanda: «Toni, Toni, quala èla la gamba de Sant'Antoni?» solleva una delle gambe posteriori." (Ada e Remo Dolce, Tradizioni popolari della Marca Trevisana, MCMXXXVIII-XVI, Treviso).

Il maiale costituiva una riserva di carne per tutto l'anno e nei nostri paesi veniva allevato dalla quasi totalità delle famiglie. Quelle che non se lo potevano permettere erano veramente poche, tant'è vero che in alcune stalle, quando si recitava il rosario a filò, si proponeva di destinarne una posta, cioè una decina di avemarie, par chi che no' pòl copàr èl porzhèl, come ha raccontato un signore di Asolo, ora sulla settantina. Veramente altri tempi!

Daniele Cunial


Associazione Trevisani nel Mondo - Via Garbizza, 9 - 31100 Treviso 
tel. +39.0422.579428 - fax +39.422.547874 - info@trevisaninelmondo.it