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Tradizioni del Giovedì e del Venerdì Santo

Collegandoci a quanto detto nel mese passato a proposito del giovedì santo, la parte più importante della giornata era ed è la missa in coena Domini, la messa in ricordo della cena del Signore con la lavanda dei piedi e la deposizione delle ostie consacrate in un altare addobbato a festa, detto impropriamente sepolcro. Si interrompe la mestizia: si celebra la messa solenne con il canto del Gloria  e le campane suonano a festa.

Prima della riforma liturgica varata nel 1965 secondo le indicazioni del Concilio appena concluso, tutte le cerimonie si svolgevano in latino e al mattino. Ecco come descrive il vecchio rituale il già citato sac. Amossi: “Il Celebrante riveste paramenti festivi e ed intona l’inno dell’allegrezza, il Gloria in excelsis […] Il Crocifisso è sempre velato, sebbene un bianco velo stia al posto del velo violaceo. All’intonarsi del Gloria campane e campanelli gareggeranno cogli accordi maestosi e festivi dell’organo in segno di giubilo; ma subito taceranno fino alla messa del sabato santo, in segno di duolo, e quasi ad indicare il silenzio degli Apostoli, che ammutolirono e si diedero alla fuga all’arresto di Gesù.”

Al posto delle campane, troveranno di nuovo spazio gli strepiti delle raganelle e delle battole, uniti ad ogni tipo di rumore, che avrà il suo culmine il venerdì santo.

La giornata del venerdì santo ricorda la passione e la morte del Salvatore. “Tutte le cerimonie portano l’impronta del dolore e della desolazione più strazianti e d’una specie di disordine, che imprime all’anima un santo terrore ed una salutare compunzione”, come ci ricorda ancora il sacerdote Amossi. Tale carattere avevano i salmi, le letture, le lamentazioni del profeta Geremia, nonché i paramenti neri dei celebranti.

Il venerdì santo era ed è l’unico giorno dell’anno liturgico in cui non si celebra la messa, che viene sostituita da una cerimonia, di cui le parti essenziali sono la lettura della Passione secondo Giovanni, le preghiere, l’adorazione e il bacio della croce, la comunione e la processione.

La passione, in latino Passio, veniva cantata e sembrava non finire mai, per cui il popolo, per indicare qualcosa di particolarmente lungo, lo definiva lonc cofà ‘l Passio, longo come èl Passio. Ora siamo abituati alle messe e alle cerimonie nella lingua parlata, ma provate a immaginare i fedeli di cinquant’anni fa che seguono un lungo canto che da solo prendeva quasi un’ora in una lingua morta che praticamente nessuno conosceva!

Per quel che riguarda le preghiere, ad ognuna di esse il celebrante o un accolito invitava i fedeli, sempre cantando in gregoriano, a inginocchiarsi e poi ad alzarsi: Flectamus genua. Levate. Totalmente modificata, con la riforma conciliare e in un clima di dialogo ecumenico, l’invocazione pro perfidis Judàeis.

Come già detto per il giovedì santo, quanto fin qui elencato si svolgeva in latino e al mattino, ma finalmente alla sera il popolo poteva partecipare in massa alla cerimonia nella quale la processione, che era il momento più atteso del venerdì santo e della settimana santa. La processione si snodava dalla chiesa parrocchiale e attraversava le vie del paese, preceduta da una grande croce, che molto spesso veniva portata per voto e in segno di penitenza da un uomo a piedi scalzi. Lungo tutto il percorso venivano intonati canti penitenziali, quali il Miserere, l’ Attende Domine, oppure il Tristis est anima mia, il Vexilla regis, mentre raganelle e battole continuavano il loro triste richiamo.

“E la processione del Venerdì Santo, quando – appena discesa la notte – tutte le finestre si spalancano e si illuminano, e le porte aperte mostrano fiori e bimbi vestiti da angeli con le bianche ali di cartone, l’abitino candido e i capelli chiusi dentro un diadema di carta dorata lucida? Tutti i colli brillano di lumini (sono gusci di chiocciola riempiti d’olio e muniti di stoppino) e su tutte le cime ardono, disegnate con luci, tre croci mentre altre fiamme indicano la strada conducente al Calvario. […] e in mezzo a questo fantastico palpitare di lumi, passa la processione, con la banda comunale in testa a eseguire una marcia funebre, e poi i cappati della confraternita del Santissimo, maestosi come senatori romani nella tunica bianca sormontata dalla cappa rossa […] Poi uomini, e donne oranti, e uomini e donne reggono ceri accesi. I bimbi non riescono a pregare, perché troppe cose li attraggono. […] impazienza di vedere le rappresentazioni sacre  allestite nelle viuzze laterali: crocifissioni, deposizioni, angeli di carne in preghiera davanti ai crocefissi di legno.” (Da “Tradizioni popolari della Marca Trevisana”, A. e R. Dolce, Treviso 1938, pagg. 33 e 34).

In varie regioni d’Italia e nelle nazioni di cultura cattolica, la giornata del venerdì santo aveva ispirato tante sacre rappresentazioni e manifestazioni popolari, con riti penitenziali anche a carattere cruento; aveva inoltre ispirato, soprattutto nel Medioevo, composizioni che raccontavano in forma poetica e in lingua popolare la passione e la morte di Gesù, di cui forse la più famosa è la lauda Donna de Paradiso di fra’ Jacopone da Todi.

Anche Treviso può vantare uno di questi capolavori: si tratta de El planto de la Verzene Maria scritto verso il 1325 da fra’ Enselmino da Montebelluna, un frate agostiniano che fu priore del monastero di S. Margherita a Treviso. La passione , la morte e la deposizione di Gesù dalla croce sono raccontate da sua madre con parole di struggente tenerezza.

La composizione è rimarchevole anche perché i 1512 versi di cui è composta sono nella “lingua più antica della Marca trevisana”, come ebbe ad esprimersi lo studioso Andrea Cason. Ne riportiamo in questa pagina alcuni versi.

   E dopo la mestizia del venerdì, il canto del Gloria e lo scioglimento delle campane il sabato santo annunciano che Cristo ha vinto la morte e che domani è Pasqua di Resurrezione.

   Buona Pasqua a tutti!

Daniele Cunial

                                               

Dal “CAPITUO QUARTO” de

El Planto de La Verzene Maria

di fra’ Enselmino da Montebelluna.

Qui l’autore immagina che la

Vergine Maria si rivolga al legno

della croce a cui è appeso

suo figlio Gesù e gli chieda il motivo

 di tanta crudeltà.

 

Anchor non era io zonta al luogo

quando ch'io vidi alzar la chroze in alto

e su desteso el dolze Jesu Christo.

 

Tanto era li ochi mei de planto stanchi,

ch'io aveva quasi perduto la vista,

 e tuti i spirti mei vegnia manchi.

 

Io stava apreso de la chroze trista,

 planzendo le mie pene dolorose,

achonpagnata da Zuan vangelista.

 

Poi me voltava verso de la chroze

parlando ver de lei chon gran pietate

chossì chom'io potea chon plana voze;

 

Donde es tu, dis'io, tanta chrudeltate;

 che'l mio dolze fiol tu tegni fermo

 choi piedi e chon le mane a ti fichate?

Oimè, perche no naque qualche vermo

che la radize t'avese roduta,

si che produto mai no avesti schermo?

 

E poi che fusti arquanto chresuta,

perche non vene un vento che t'avese

 deradegata o deramata tuta?

Perche non vene un fuocho che t'ardese,
perche mai te produse la natura 
a far che ‘l so fator en ti pendese?

O chruda chrose, perché non sparagni
la morte al mio fiol, per qual demerto,
o lasa mi, del suo sangue te bagni?


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