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Parole di origine tedesca

Abbiamo visto che le popolazioni germaniche, tra cui Goti, Longobardi e Franchi, giunte in Italia nei secoli lontani dell’Alto Medioevo, hanno lasciato il segno anche nelle nostre parlate venete.

In periodi a noi più vicini ci sono stati ancora contatti con le popolazioni tedesche e anche questi hanno lasciato le loro tracce nei nostri dialetti.

 Si veda, ad esempio,  il termine smalzh, diffuso un tempo in tutto il Veneto con il significato di “grasso, burro”. Da smalzh deriva smalzhàr o smaldhàr, che significa “togliere il grasso affiorato sul latte depositato al fresco in vista della preparazione del formaggio”. Così raccontava questa operazione un vecchio malgaro di Possagno nel 1984:

la lat la stéa là [intè l cason de l’aria] fin ala matina drio e lora èl casèr èl toéa su co’ la spanarola de légn èl cao e ‘l smalzhàa ‘a lat e èl  tréa ‘sto cao intél burcio par far èl butiro. (Il latte stava nel capanno dell’aria fino alla mattina seguente e allora il casaro raccoglieva con la spannarola il latte e sgrassava il latte e buttava questa panna nella zangola per fare il burro).

Smalzh deriva dal ted. Schmalz, “strutto, grasso”.

I nostri vecchi usavano ungere i mozzi delle ruote dei carri con un grasso chiamato èl smir, termine diffuso soprattutto nei dialetti veneti settentrionali; dal tedesco Schmiere.

Termine di origine tedesca ormai in disuso, ma un tempo diffuso nei nostri dialetti veneti, oltrechè in quelli trentini e nel triestino, è sina (rotaia): le sine del treno, le sine del carèl…Sempre per restare in tema di trasporti, è di origine tedesca anche il termine esenpòn o esinpòn, un tempo usato soprattutto nel bellunese; dal tedesco Eisenbahn (ferrovia).

E infine non può mancare un prodotto come la graspa (dal germ. antico *raspon) o la sgnapa (dal tedesco Schnaps).

Forse dal tedesco Luder (carogna) deriva il termine nelle parlate venete, trentine e istriane ludro, con il significato di spilorcio, mascalzone, canaglia, ecc.

 Slandra e slandrona è,invece una sgualdrina, una di quelle…, termine anche questo diffuso nei dialetti del Veneto e oltre. Per gli studiosi la parola è da collegare con l’alto ted. medio landern (gironzolare).

Potrebbe essere di origine germanica anche sgédola o sdòdola (slitta), termine usato in alcuni paesi della Pedemontana del Grappa, ma forme simili si trovano anche nella Valsugana e addirittura nelle parlate ladine.

Decisamente incerta è invece l’origine germanica di slèpa, che non è altro che la s-ciafa, la téga, la sbèrla,la papina, èl scufiòt(o).

 Concludiamo con schèi o sghèi. Il termine ha a che fare con la presenza austriaca nel Veneto dal trattato di Campoformido (1797) all’annessione della Regione all’Italia (1866). Avevano circolazione allora, accanto alla moneta cartacea, delle monetine di scarso valore, che portavano la scritta Scheidemunze, che significa “moneta divisionale”, cioè i centesimi (un Kreuzer era la centesima parte del Florin, il fiorino). I Veneti, che non sapevano il tedesco, lessero così come stava la prima parte della parola e schèi andò a designare le monetine, gli spiccioli.

 Dopo che il Veneto venne annesso al Regno d’Italia e venne introdotta la moneta nazionale, con schèi si indicarono i centesimi di lira; tale significato si conservò fino alla fine dell’ultima guerra, quando, con la svalutazione della lira, sparirono i centesimi, come ben si ricordano i più anziani. Pian piano la parola venne ad indicare i soldi in generale; definitivamente messi in naftalina termini come bòri o bèssi.

Se per i Veneti anteguerra èl schèo era il centesimo, per la lira si usava il termine di origine francese franco: un franco, diése franchi, mili franchi...Franco e franchi restarono in uso fino all’altro ieri, cioè al 2002, quando entrò in uso l’euro.

Per analogia con la monetina da un centesimo, schèo andò a indicare anche la misura di lunghezza di un centimetro. Ancora oggi si sentono i muratori parlare di muri da quaranta schèi, di pareti da diése schèi e così via.

E’ un termine che ha avuto fortuna, schèo, a considerare le espressioni e i proverbi a cui ha dato origine.

Nel “Dizionario del dialetto trevigiano di Sinistra Piave” di L. Pianca, Treviso 2000, troviamo ad esempio: schèi fa schèi; chi no tién conto de un schèo, no val un schèo; alzhar, mover, sbassar de un schèo (centimetro), imprecazione: Bòja schèo; I schèi no’ à ganbe, ma i core; A ‘sto mondo tuti fradèi fora che in téi schèi; Schèi fa schèi, misèria fa misèria e jéndene1 fa pedòci.

E altre espressioni troviamo nel “Dizionario del dialetto trevigiano di Destra Piave” di E: Bellò, Treviso 2001; ad esempio  remenar i schèi col forcon: avere soldi a palate; no valer un schèo; vardar èl schèo economizzare, risparmiare; cavéi taiai a schèo capelli a spazzola; schèi mati; essar fora coi schèi esporsi finanziariamente; éssar grando fa un schèo; alsar de un schèo, alzare di un centimetro; bòja schèo; prov. Schèi fa schèi.

Sempre nella Destra Piave, Pedemontana del Grappa, raccolgo altre espressioni: I schèi i fa cantàr i òrbi; Un òm (uomo) che no ‘l sa sparagnàr un schèo no ‘l val un schèo; I can mostra i coioni, i coioni i mostra i schèi; Chi ga paura del diavol no ‘l fa schèi; I vèci i ne à magnà i schèi e i ne à (l)assà i proverbi; No vaér un schèo mat. E infine una constatazione maturata con l’esperienza della guerra: I schèi fati in guèra i torna onde che i iéra.

Ma recordéve de tegnìr ‘a tèsta al so’ pòsto, de no’ tacarve massa al schèo, parché,comodo che ne diséa i nòstri vèci:I schèi e ‘l bonténp i fa matedàr lha dhént (I soldi e il buontempo fanno ammattire la gente). E pensar che ne toca assarli qua tuti!

I schèi i ne fa desmentegar quél che é inportante inté ‘a vita, come che ne spiega ‘a riflession che me à mandà un emigrante da Montreal; ve ‘a méte qua de fianco:
Figli perdonateci.

Da quanto esposto, constatiamo che il termine schèo, che i Veneti usarono inizialmente per indicare la centesima parte della moneta austriaca e dal 1866 di quella italiana, viene attualmente usato per indicare i soldi in generale.

Anche questo succede nelle parlate: una parola nasce in correlazione ad un oggetto o a una situazione; l’oggetto o la situazione che l’hanno originata cambiano, ma la parola resta magari con un significato diverso e chi parla non la sa più collegare con quello originario. Senonché, con l’introduzione dell’euro che notoriamente ha fatto sparire i tanti zeri che eravamo costretti a usare con la vecchia lira, ci stiamo di nuovo abituando a ragionare per le piccole cifre in centesimi o cent: li potremmo tranquillamente chiamare di nuovo schèi, ridando a questo termine molto veneto il suo significato originario, quello che gli davano i nostri vecchi!

 E co’ tute queste ve fae i auguri de Bon Nadàl e Bon Ano Novo: bone fèste, bone menèstre e bonamàn2 a mi! E i nostri vèci ghe avaràe dontà3: Basta ‘a salute e ‘l caratèl4 che bute! 
                                                                                                                                                  

Nota: 1 Iendene, lendini; 2 bonamàn, mancia; 3 dontà, aggiunto; 4 caretèl o caretèl, carratello, botticella.

Daniele Cunial  


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