C’era una volta la Signora dei mari. Era una città di laguna, oltreché il Veneto, una parte della Lombardia con Bergamo e Brescia e poi il Friuli, l’Istria, la Dalmazia e giù fino alle Bocche di Cattaro, a Corfù, a Cipro, alle isole dell’Egeo. I suoi dogi trattavano da pari a pari con i sovrani d’Europa e con la Sublime Porta, cioè con il governo dell’Impero Turco Ottomano, che nel 1453 aveva abbattuto l’Impero Romano d’Oriente e aveva per capitale Istambul, un tempo Bisanzio o Costantinopoli. La signora dei mari si chiamava Venezia. Le sue navi importavano spezie, metalli preziosi, sete pregiate dall’Oriente e rivendevano in Europa e nei porti mediterranei i prodotti del suo artigianato: i merletti di Burano, i vetri di Murano e non ultimi “i cavasotti”.
Il “cavasotto” era il panno di lana che si produceva nei laboratori e nelle case della Pedemontana del Grappa: a Crespano, a Paderno del Grappa, a Possagno e a Cavaso appunto. La materia prima la fornivano i greggi di pecore che popolavano quelle montagne.
Erano anni in cui “el venessian”, cioè la parlata di Venezia, era lingua franca nei porti del Mediterraneo: il mercante greco, turco o ebreo usava i termini del dialetto di Venezia per vendere o comprare, un po’ come l’inglese ai nostri giorni. Altri tempi!
Ma venne la scoperta dell’America e di altre terre fino ad allora sconosciute agli Europei, e i commerci più importanti passarono dal Mediterraneo agli Oceani: questo contribuì fortemente alla decadenza di Venezia.
Il crollo definitivo fu sancito nel 1797 con il Trattato di Campoformido (in Friuli): Napoleone Bonaparte incamerava la Lombardia e l’Austria, in cambio annetteva i territori della gloriosa Repubblica del Leone.
Ma ancora “el venessian” era lingua di largo uso, sebbene un certo Pietro Bembo, cardinale e letterato (veneziano!), avesse decretato ancora nel 1525 nelle Prose della volgar lingua che era il toscano quello dei grandi fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio - e non il veneziano la lingua comune che avrebbero dovuto usare gli Italiani. Così successe e il veneziano ora è uno dei tanti dialetti italiani a rischio di scomparsa.
Attualmente la padrona dei mari è una decrepita signora, erede di un passato glorioso e di una bellezza unica: talmente decrepita, che il 14 novembre 2009 un gruppo di Veneziani doc ha inscenato il suo funerale con tanto di corteo di gondole, dato che il suo nucleo storico sta inesorabilmente andando sotto i 60.000 abitanti, quando nel 1550 ne contava circa 200.000 e ancora nel 1980 ne contava 95.000. Non è ancora morta però e, per tentare di salvarla dalla rovina e darle un futuro, al suo capezzale da anni si avvicendano esperti di mezzo mondo.
Tutto questo che c’entra con la lingua e le tradizioni? C’entra eccome, se è vero come è vero che le nostre parlate venete, per via della lunga dominazione, sono piene di influenze del “venessian”.
Proviamo con qualche esempio.
È giorno di mercato. Dopo aver visitato il banco delle stoffe e quello delle scarpe, la padrona di casa va al camioncino del pesce gestito da una giovane coppia, impegnatissima a fare ogni giorno un mercato diverso. Solo qualche decennio fa, la loro nonna passava per i paesi e per i mercati con una grossa bicicletta equipaggiata con due cassette, una davanti e una dietro, e gridava: “Pésse, pésse fresco: schie, masanéte, moéche, zhiéoi, sardèe, go’, cape sante, peòci, bacalà…Tuto a bon marcà…”.
Che c’entra Venezia? C’entra, c’entra.
I nomi dei prodotti di mare, quelli che abbiamo elencati e tanti altri, sono arrivati a noi nella quasi totalità attraverso la parlata di Venezia e si capisce perché. Le schie sono le seppioline, le masanéte sono i granchi, le moéche sono le masanéte quando hanno perso la sgiufa (guscio) e perciò sono mòle, i zhiéoi sono i cefali, le cape sante sono i canestrelli, i peòci sono quelli che i napoletani chiamano cozze o mitili, i go’ sono i ghiozzi, le bisate sono le anguille…
El bacalà viene dai paesi nordici e non è altro che il merluzzo privato dell’olio ed essiccato. (Per conservare la tradizione, se ne consiglia la cottura cosiddetta alla vicentina, in teglia larga e a fuoco lento a legna, con burro, latte, cannella, pepe e sale, dopo averlo ben battuto e messo a bagno).
E veniamo ancora alla nostra padrona di casa: tornata dal mercato, entra in cucina e si siede sulla caréga o cariéga per pulire il pesce, prende un pirón con cui raccoglie gli scarti, li dà al gatto e mette a friggere l’olio per la cottura. Prepara poi il desfrìt per la pastasciutta e ci mette dentro, oltre alle cipolle e al pomodoro, un po’ di butiro e due foglie di basaricò; (“anca do’ bisi ghe méte éntro romai che són drio”, la dis infrà de éla).
Cariéga/caréga (sedia), pirón (forchetta), butiro (burro), basaricò (basilico), bisi (piselli) sono tutti termini di origine greca e i termini di origine greca, a meno che non siano passati a noi direttamente attraverso il latino, ci sono arrivati dal venezhian, dal momento che i Veneziani avevano fitti commerci con i territori di lingua greca affacciati sul Mediterraneo al tempo della gloriosa Repubblica.
Altre parole di origine greca sono, ad esempio maroèle (emorroidi), e ètego (tisico, tubercoloso), zaghéto (chierichetto, a Venezia e dintorni): ma chi le usa più? E che dire di quell’anziana di Monfumo ormai defunta che, per affermare che un vino era buono, diceva èl par samo? Samo è un’isola della Grecia dove si produceva e si produce un ottimo vino. Quasi certamente quell’anziana signora, illetterata, ignorava tutto questo, ma pure usava un termine arrivato chissà come su quei colli del-l’Asolano.
La maggioranza dei termini che usiamo in dialetto, ma anche in italiano sono invece di origine latina, la lingua che 2000 anni fa e oltre hanno portato da Roma i Romani e i Latini e che ha soppiantato l’antico idioma venetico.
Come si noterà, tutti i termini in dialetto che abbiamo riportato non hanno le consonanti doppie; ciò è un fatto comune a tutte le parlate dell’Italia settentrionale e particolarmente a quelle del Veneto, contrariamente a quello che succede nell’Italia centrale e meridionale, come possiamo tranquillamente notare ogni giorno quando, ad esempio, accendiamo la TV.
E aveva un bel dire la maestra, quando andavamo a scuola: “Ve l’ho sempre detto di battere le doppie!”.
Daniele Cunial
P. S.: Voéu lèdher chelcòssa in diaéto de ‘na vòlta? Ciapé in man “Frégole… de poesìe” de Isidoro Minute Salamon da Segusìn, stanpàe del 2002. Isidoro èl é un che l’é ‘ndat a ciaparse un franco al’èstaro, èl é tornà e, co’ l’é ndat in pension, èl à podést strarghe drio mèio ale tre’ so gran passion: scriver in diaéto, sonàr e far sculture su légn. Grazhie, Isidoro, par èl to’ librét!
Un grazhie anca a Mario Zalamena, che ‘l me scrive dal Belgio par parlarme del dialeto dei so vèci e par dirme che, co’ ’l torna in Italia e ‘l sénte parlar i dhóveni, no èl se cata pì: i parla tut difarénte da ‘na vòlta! L’é propio véra, e i ‘o dis tuti quéi che vien da l’èstaro. El me recorda ‘a parola ‘punèr’, che’l sentia nominàr da so mare. Seguté a mandarme storie, proverbi, indovinèi, canzhon e tut quél che ve ricordé.