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El cortif, La Nef, el lof

Dante Alighieri1 è quel sommo poeta che tutti conoscono; è l’autore della Commedia, a cui i letterati posteriori, primo fra tutti Giovanni Boccaccio2, aggiunsero  ’attributo di “Divina”, a riguardo della sublime grandezza di quella poesia: la Divina Commedia appunto.

  Ebbene, Dante scrisse altre opere meno note al grande pubblico; tra queste, il “De vulgari eloquentia”, un testo latino composto tra il 1304 e il 1307 in cui tratta di problemi linguistici, alla ricerca di “un volgare illustre”, cioè di lingua datta a trattare argomenti elevati, da usarsi al posto del latino.

  Erano tempi, quelli, in cui i “volgari” derivati dal latino erano comunemente parlati e sempre più spesso venivano usati anche negli scritti. Si sentiva, però, l’esigenza di trovare un codice linguistico comune, che superasse la frammentazione dei vari dialetti locali. L’Italia era allora divisa in tanti piccoli stati e città-stato (i Comuni), ognuno geloso della sua autonomia. Mancava, perciò, un unico centro politico forte (come in Francia, ad  esempio), che fosse anche punto di irradiazione di una lingua unica, perché, come affermava il prof. M. Cortelazzo, già altre volte citato, “la lingua è un dialetto con ambasciatore, passaporto ed esercito”3, cioè con uno stato alle spalle, che di un dialetto (di solito quello della capitale) ne fa la sua lingua ufficiale.

  Dante, perciò, nella sua ricerca esamina i vari “volgari” o dialetti italiani derivati dal latino del suo tempo. Ha modo di conoscerli direttamente, perché, esiliato dalla sua Firenze nel 1302, è costretto a girare per l’Italia. In questo suo girovagare arriva anche nel Veneto e questo gli dà modo di fare esperienza dei “volgari”, che qui si  parlavano. Nel “De vulgari eloquentia” mette in evidenza alcuni aspetti delle parlate dei Veronesi, dei Vicentini, dei Padovani e dei Veneziani.

  Dei Trevisani dice così: “E con questi citiamo anche i Trevisani, i quali, alla maniera dei Bresciani e dei loro confinanti, usano la f invece che la u, troncando la parola: per esempio ‘nof’ per ‘nove’ e ‘vif’ per ‘vivo’, il che, cosa veramente barbarica, riprovo”. In poche parole Dante descrive un fenomeno particolare del suo tempo, comune del resto alle parlate del nord Italia: il fatto che i Trevisani troncavano le parole facendo cadere la vocale finale originariamente presente nelle parole latine, come abbiamo già visto nella Canzone di Auliver o Oliviero. Inoltre mette in evidenza un altro aspetto: che la consonante finale da sonora diventa sorda, in particolare che la -v latina (fricativa labiodentale) sonora diventa -f, cioè sorda.

  Questo fenomeno è scomparso o è ancora vivo?

   Resiste, con sempre maggior difficoltà a dire il vero, nelle terre feltrino-bellunesi e in alcuni paesi trevigiani della sinistra Piave. È considerata ormai una forma arcaica, antiquata e perciò da abbandonarsi, come mi attestava nel febbraio di questo 2010 una signora quasi sessantenne originaria di Campo di Alano di Piave, da me interrogata: “Co ière putèla, me mama la me diséa su, co dision gualif, cortif, la néf” (Quando ero bambina, mia madre ci rimproverava, quando dicevamo gualif, èl cortif, la néf).

  La forma cortif trovo anche, ad esempio, in questa ‘conta’ bellunese4: Jàkon Trake, moldi fede, fa formai! Falo bon, falo trist Butelo fora pal cortif. (JaconTrake, mungi pecore, fa formaggio!/ Fallo buono, fallo cattivo,/ buttalo fuori per il cortile).

  Nell’Alto Bellunese trovo lóof (lupo), come in questo racconto registrato a Pra di Zoldo: Le strie le era int La Veda, le aéa na specie de tabià iliò cossì, e co passava al lóof le se tirava su n alchèr, parchè l no pudéssele ciapà a le diséa mostrandoi le tete: “Chést l è n bon bocóon da lóof, chést l è ancora mior”, le féa. E chél autre al vardhàa su e nia da fàe l tocàva scanpà insoma. “Chést l è n bon bocóon da lóof e chést l è ancora mior. Pensa, pensa…” (Le streghe stavano a La Veda, avevano una specie di fienile là. Quando passava un lupo, raggiungevano la soffitta del fienile, in modo che non potesse prenderle e gli mostravano i seni dicendo: “Questo sì che è un buon boccone per il lupo! Questo è ancora migliore!”. E quello le guardava, ma non c’era niente da fare! Gli toccava darsela a gambe! Proprio così: “Questo è un buon boccone da lupo, questo è ancora migliore!”. Pensa un po’!)5

  Dall’area feltrino-bellunese si è diffuso il cognome Bof; bòf è il bue, èl bò nel resto del Veneto, dal lat. bove(m).

  Anche nelle parlate della Sinistra Piave trevigiana ci si potrebbe ancora imbattere in forme tipo: néf, neve, dal lat. nive(m); lóf, lupo, lat. lupu(m); catif, cattivo, lat. captivu( m); cortif, cortile, dal lat. cohortile, con -ivum subetrato a -ile; gualif, uguale, ben lisciato, ecc., lat. aequalis con aggiunta del suffisso – ivum; caf, capo, lat. caput; af, ape, lat. ape(m); traf, trave, lat. trabe(m); Piaf, Piave, lat. Plave(m)6 … Si veda inoltre il proverbio: se ‘l piof a la Sensa, par quaranta dì no se sta sènzha7.

  Che queste forme antiche non siano del tutto  morte ce lo documenta anche il g. c. “Dizionario del dialetto trevigiano di Sinistra Piave” di L. Pianca (anno 2000). Sotto la voce “neve”, riporta, ad esempio, anche queste espressioni antiche:

  - Al pióf, al nef, al fa calìf sul me cortìf = piove, nevica, c’è nebbia sul mio cortile.

  - Sol lusént, piova, nef e vent = al sole lucente segue vento, pioggia e neve.

  Inoltre riporta la voce lof (lupo) con la seguente  filastrocca: ochéte, ochéte, andarèn al prà/ trovarén al lóf che ne magnarà, chèo.

  Anche nella parlata di Valmareno trovo lof 8.

  A proposito del ‘lupo’, Angelico Prati in “Etimologie Venete” pubblicato nel 1968 documentava che la forma lof 9 era diffusa in bellunese, oltreché in roveretano, dove registrava ad esempio: lof ravós “ghiottone”, aver vist el lof “essere infiacchito”. Per il resto del Veneto riportava lovo o loo, ma già allora affermava: “A lovo è andato sostituendosi lupo anche nel Veneto”.

  Mio nonno (di Possagno), morto nel 1959, fu l’ultimo che mi fece risuonare ló per dire “lupo” (A Pederobba e dintorni si usava lou).

  Nella parlata dei discendenti dei Segusinesi emigrati a Chipilo (Messico) troviamo, ad esempio, questa frase: I scorf i ciama desgrazie (I corvi chiamano disgrazie): -f finale!10 E corf avevamo trovato in quella composizione trevigiana di circa 700 anni fa che è la Canzone di Auliver o Oliviero!

  Ma guarda un po’: anche mia nonna (sempre a Possagno), per indicare una persona che portava brutte notizie, la definiva el còrf de’e malenove (il corvo delle male nuove, cioè delle cattive notizie), ed è l’unico esempio che io ricordi di passaggio di -v ad -f finale di parola nel mio dialetto di Destra Piave.

  A Conegliano siamo nella Sinistra Piave, ma queste antiche forme risultano ormai inesistenti, come ci documenta P. Zardetto nel suo “Piccolo dizionario del dialetto parlato nella zona di Conegliano” del 2001. Ci riporta infatti: cortivo, neve…

  Questo a confermare il fatto che i dialetti, come le lingue del resto, sono soggetti a continua evoluzione, soprattutto per influsso dei dialetti e delle lingue considerati di maggior prestigio. Sani!

Note:

1-     Dante Alighieri (Firenze 1265 - Ravenna 1321);

2-      Giovanni Boccaccio (Firenze ? 1313 – Certaldo 1375);

3-      “Noi Veneti, Cierre edizioni 2001, pag. 52;

4-      Gianni Secco, “Storia Beloria”, Tarantola editore, Belluno 1974, pag. 120;

5-     -“Leggende e credenze di tradizione orale della montagna bellunese” a cura di D. Perco e C. Zordan, ed. prov. di Belluno 2001, vol. I°, pag. 95;

6-      V. anche “Veneto” di Alberto Zamboni in “Profilo dei dialetti italiani”, Pacini ed., Pisa 1980, pag. 57;

7-     Luciano Cecchinel, “I proverbi della vallata delle Prealpi trevigiane e del Vittoriese” in “Il Flaminio” n° 11, nov. 1998, ed. Com. M. Prealpi Trevigiane, pag. 56;

8-     Si tratta dell’unico termine con la -f finale riportato nel volumetto “Dialeto de Maren” di M. Pilat e M. Dal Pont, 2009, p. 27;

9-     E. V. pag. 90;

10-    J. A. Zago Bronca - G. Secco, Grandi e grosi da Chipilo, Comune di Segusino ed. 2004, pag. 152.

P. S.: Dalla Svizzera mi giungono due lettere: la prima, di Insom Yerse, “un de chei nasesti a Corbanes (Tarzh)”, che racconta delle vicende della sua giovinezza e allega una sua poesia in trevisan intitolata “Ma perché… ecco perché…”; la seconda, di Romeo Bisigato, che mi chiede di parlare della possibilità di “mettere insieme i tipi di stampa” per la trascrizione di particolari suoni del dialetto: ne tratterò diffusamente in un prossimo articolo. Dal Belgio la signora Pierina Gatto, originaria di Fiera, mi racconta i suoi ricordi su Treviso e si rammarica di come la città sia cambiata. Grazie a tutti e tre!

  Chiedo a voi lettori di mandarmi quanto ricordate su tradizioni, proverbi, filastrocche (in dialetto!) dei nostri paesi sul Natale e su fine e inizio d’anno: mi darete così una mano per farne un articolo in dicembre e gennaio.

 Grazie a tutti!

 Daniele Cunial

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