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Come scrivevano i nostri antenati Veneti
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COME SCRIVEVANO I NOSTRI ANTENATI VENETI
Gli studiosi definiscono Paleoveneti i Veneti antichi stabilitisi nel nostro territorio circa 3.000 anni fa (pàlaios, in greco significa infatti ‘antico’); li definiscono così per distinguerli dai Veneti moderni, cioè da noi. Un gruppo di antichi Veneti , provenendo da est, si stabilì nel nostro territorio circa 1000 anni prima di Cristo, cioè circa 3000 anni fa; tracce dei loro insediamenti sono state rilevate in una vasta zona che va dall’Adige al Tagliamento. La località dove è stato trovato il maggior numero di reperti archeologici è quella di Este, a sud di Padova. Da quando i Veneti vennero a contatto con la potenza allora emergente, cioè quella dei Romani, circa tre secoli prima di Cristo, essi ne diventarono fedeli alleati e a questa alleanza si mantennero sempre fedeli, accettando di fatto la superiorità e il predominio dei Romani . Nulla ebbero da eccepire, ad esempio, quando i Romani trasferirono nel loro territorio 3000 veterani con le loro famiglie fondando la città di Aquileia (181 a. C., cioè circa 2200anni fa), né quando, circa 100 anni dopo , fondarono altre colonie nelle zone di Asolo, di Cittadella , di Camposampiero, di Altino…
Nel 49 a. C, cioè circa 2060 anni fa, gli antichi Veneti divennero a tutti gli effetti cittadini romani. La loro lingua apparteneva al ceppo indoeuropeo, lo stesso a cui appartengono alcune lingue dell’India, le lingue germaniche (tedesco, inglese, danese, svedese, norvegese, ecc.), quelle celtiche (gallese, scozzese, irlandese, ecc), quelle slave (russo, bulgaro, polacco, ecc.), l’albanese, il greco, l’ iranico. Dello stesso ceppo è anche il latino, da cui sono derivate le lingue cosiddette neolatine o romanze: il francese, lo spagnolo, il portoghese, il rumeno e naturalmente l’italiano con i suoi dialetti, compreso il nostro. Come siamo arrivati a conoscere quanto sappiamo della parlata dei nostri antenati Veneti? Dalle iscrizioni riportate su lamine di bronzo e altri oggetti di metallo, su manufatti di ceramica e, più tardi , da quelle scolpite su pietra (iscrizioni lapidee). Quelle a nostra disposizione sono ormai varie centinaia e sono custodite, assieme agli altri reperti di origine venetica, in vari musei della nostra regione, di cui Il più importante è quello di Este. Solo nel secolo appena passato esse sono state studiate e decifrate sistematicamente, ad opera soprattutto di studiosi dell’Università di Padova del calibro di G. B. Pellegrini e A. L. Prosdocimi. Come scrivevano questi benedetti Veneti? Osserviamo la scritta qui sotto riportata, che era incisa su una coppa di bronzo del IV secolo a.C. , attualmente custodita nel Museo Nazionale di Este.

Come si può vedere, la scrittura va da destra a sinistra, non va a caporiga, ma gira verso l’alto continuando da sinistra verso destra senza interruzioni o intervalli fra una parola e un’altra e senza punteggiatura. E’ chiamata “bustrofedica”, perché viene paragonata al percorso che fanno i buoi quando arano. Noi invece scriviamo da sinistra a destra e andiamo a capo appena finita la riga. L’alfabeto che i Veneti usavano l’avevano mutuato dagli Etruschi, adattandolo alla loro lingua che non era quella degli Etruschi. Dovettero aggiungere , ad esempio la lettera “o” che gli Etruschi non avevano.
Abbiamo detto che le scritte più antiche erano su lamine di bronzo o su oggetti di ceramica e che quelle più recenti erano su lapidi, cioè sulla pietra, e il materiale lapideo ci parla del lento abbandono da parte dei Veneti della loro lingua nativa per adottare il latino, la lingua degli alleati-dominatori romani. Il materiale lapideo più antico è, infatti, in lingua e scrittura venetica, quello più recente è in lingua venetica e alfabeto latino, l’ultimo è in lingua e alfabeto latino.
L’alfabeto italiano e quello veneto attuale.
Alla scuola elementare ci avevano insegnato che l’alfabeto italiano era composto di 21 lettere, dalla “a” alla “zeta”. Ora se ne aggiungono normalmente altre tre: la “J”, La “X” e la “Y”, che servono di solito per la trascrizione di parole straniere, anche se la “j” veniva già usata un tempo per indicare la i consonantica in parole come jeri, vassoio/ vassoj, frantojo/frantoj, gioja ecc. Per venire a noi. Nelle nostre parlate venete ci sono dei suoni o fonemi che non hanno riscontro nella lingua italiana. Chi ha il gusto di scrivere in dialetto o di trascrivere, sempre in dialetto, antichi detti, racconti o altro si trova in difficoltà di fronte a questo scoglio. Come regolarsi? La Giunta regionale del Veneto, nell’intento di metter ordine rispetto a questo problema, ha nominato nel 1994 una commissione scientifica coordinata dal prof. Manlio Cortelazzo. Il risultato fu la realizzazione e la pubblicazione nel 1995 del manuale “Grafia Veneta Unitaria”, che esamina tutte le modalità usate per rappresentare i vari fonemi o suoni da parte di chi scrive in veneto e inoltre consiglia la versione da preferire. Uno dei criteri seguiti dalla commissione era quello di “allontanarsi il meno possibile dalle consuetudini grafiche dell’italiano”. In pratica: servirsi il più possibile dei tasti presenti in una normale macchina da scrivere e, più recentemente, nella tastiera di un computer. Tenendo conto anche delle indicazioni che sempre il prof. Cortelazzo dà a pag.53 del testo “Noi Veneti”, pubblicato nel 2001 su incarico della Regione Veneto, vi propongo di trascrivere i suoni dialettali che mancano in italiano come nello schema allegato. Vi ho complicato la vita con le mie indicazioni? Se non le seguite alla lettera, va bene lo stesso! A questo punto non ci resta altro che usare il nostro dialetto nativo per trascrivere i nostri ricordi (storie, detti, proverbi, filastrocche, indovinelli, tradizioni scomparse, ecc.) o per creare qualcosa di nuovo: racconti, poesie, riflessioni. Io aspetto che mi mandiate il vostro materiale. Sani!
Daniele Cunial
TRASCRIZIONE FONETICA DI ALCUNI SUONI
CONSONANTI
- interdentale sorda (quel suono che si pronuncia ponendo la lingua fra i denti e viene ormai usato solo in alcune parlate rustiche): zh (es.: pèzha, zhuc, zhiésa, ecc.). - interdentale sonora (In alcuni dialetti si conserva ancora questa d, che viene pronunciata sempre mettendo la lingua fra i denti) : dh (es.: mèdho, ròdha, cròdha, órdho, ecc. ). - “c” palatale in fine di parola: c’ (E’ ormai presente solo in alcune parlate rustiche in termini come spotac’, gric’, téc’, snaric’, fantòc’, ecc.). - “elle” cosiddetta evanescente. Cortelazzo consigliava di usare una elle barrata, come questa: l Essa non esiste però neppure nei simboli particolari di Microsoft Office Word, perciò può andar bene usare una ‘e’ (come ad es. in baear, baeanzha) oppure mettere ‘lh’ (balhar, balhanzha). Se poi si mette una “elle” normale, non è una tragedia. - s La s fra vocali viene sentita dai Veneti come sonora: césa, morósa, griso,ecc. - s sorda fra vocali. Anche se nei dialetti veneti non esiste la doppia, è opportuno usare -ss- per indicare la s sorda fra vocali; es.: spessegar, còssa, tassa, ecc. - La “x” veniva usata, e qualcuno la usa ancora, per indicare la “s” sonora soprattutto nella terza persona della forma dialettale del verbo essere: el xé, la xé, i xé, le xé. - s-c In termini come vis-cio, s-ciao,s-césa, s-cèt, s-ciantizh, ecc., è opportuno separare con una lineetta la s dalla c, perché altrimenti si avrebbe la “sc” di sciame, sciocco, scivolare, che nei dialetti veneti non esiste.
GLI ACCENTI
Se le parole finiscono in consonante di solito non serve mettere l’accento, perché si tratta quasi sempre di parole tronche, cioè si calca la voce sulla sillaba finale (es: magnar, cosir, vassor, ecc.). E’ opportuno metterlo solo se la parola finisce in consonante, ma si calca la voce in altra posizione, cioè sulla penultima o sulla terzultima sillaba, come in làres, ìndes , àmol, tèrmen, , ecc. Nelle parole che finiscono in vocale non serve mettere l’accento, se la voce calca sulla penultima sillaba; si potrebbe metterlo, se l’accento casca sulla terzultima come in : fémena, òstrega, ètego, ànara/àrena pèrtega ecc.
VOCALI APERTE E CHIUSE
In posizione tonica, cioè quando vi casca l’accento, distinguiamo tra e ed o aperte e ed o chiuse: - E aperta (accento grave): è, come in spècio, vècio, mèio, madègo, ecc. La si trova nella tastiera del computer. E chiusa (accento acuto): é, come in récia, técia, fémena, aséo, ecc. Anche questa la si trova nella tastiera del computer. O aperta (accento grave): ò, come in mòro, tòro, bròsa, stròpa, ecc. C’è nella tastiera. O chiusa (accento acuto): ó, come in da lóndi, stracantón, lónc/lóngo ,lóra, strucón, ecc. Non lo si trova nella tastiera del computer. Chi ha “Word 2007” o “Word 2010” deve cliccare su ‘inserisci’, quindi cliccare su “Ω Simbolo”. Entrati lì, lo si trova fra i tanti simboli presenti.
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