Brusar la vecia”
Ci avviciniamo alla Pasqua e sappiamo che “nò vién Pasqua al mondo se la luna de marzh nò la fat èl tondo”: La celebrazione della Pasqua avviene la domenica successiva al plenilunio (tondo, cioè luna piena) di marzo. È perciò una festa mobile, non fissa come, ad esempio, il Natale (25 dicembre) o l’Epifania (6 gennaio) e non può cadere prima del 21 marzo e dopo il 20 aprile. Quest’anno cadrà il 12 aprile, perciò il periodo penitenziale che la precede (Quaresima) inizierà il 25 febbraio, giorno dell’imposizione delle ceneri.
La Chiesa ora richiede, durante la Quaresima in segno di unione alla passione e morte del Salvatore, l’astinenza dalle carni il venerdì, il digiuno e l’astinenza il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. Invita inoltre alla sobrietà e a una maggiore attenzione alle necessità anche materiali dei fratelli in difficoltà.
Ben diversa era la disciplina in passato: la Quaresima era veramente un tempo di penitenza con giorni di digiuno stretto e astinenza non solo dalle carni ma anche dalle uova, dai grassi e dai latticini, come succedeva peraltro nelle vigilie di alcune festività importanti durante l’anno (vedìlie de puro òio).
Era perciò benvenuta l’interruzione di metà Quaresima, perché si poteva mangiar di grasso e divertirsi un pò come in un breve carnevale. In alcuni paesi vige ancora l’uso, in quel periodo, delle maschere e dei carri mascherati; a Dolo, nel Veneziano, ad esempio, si festeggia “èl carnevàl dei storti”.
Nella nostra Marca Trevigiana, ma anche altrove nel Veneto, si conserva la tradizione, a volte ripresa dopo anni di oblio, de brusàr la vècia. Brusàr la vècia aveva un significato propiziatorio: chiudere con la vecchia stagione e con gli affanni dell’inverno e augurarsi un’annata prospera. Usare gli sterpi e le ramaglie per bruciare la vecchia significava anche far pulizia nei campi e prepararli per i lavori di primavera, “Brusar la vecia” completando ciò che si era iniziato con i roghi dell’Epifania, quelli che in quasi tutta la Marca Trevigiana vengono definiti “panevìn”.
La vècia, rappresentata da un fantòc o putinòt dalle sembianze più brutte possibili e da bruciare sul rogo, era la strega immonda, simbolo di tutti i malanni, le disgrazie e i soprusi di cui ci si voleva liberare. Secondo gli studiosi di folclore, si tratterebbe di una tradizione derivata da antichi riti pagani, riti sopravvissuti dalla notte dei tempi e celebrati dal popolo accanto e in parallelo con quelli ufficiali della Chiesa.
Ma la vecchia, come ben sappiamo, non veniva - e non viene - semplicemente bruciata. Nei giorni precedenti veniva fatta girare su un carro per le vie del paese - ora su un trattore o su un furgone - e poi esposta al pubblico in piazza. Nella sera fatale destinata alla condanna, essa subiva un regolare processo e faceva quel testamento che dava la possibilità agli autori del testo, che dovevano essere rigorosamente anonimi, di ridicolizzare fatti e personaggi, di sfogare finalmente vecchi rancori, di esprimere attraverso l’ironia e il sarcasmo quello che non si era potuto dire durante l’anno.
Il processo terminava infallibilmente con la condanna al rogo della “vècia, veciassa, striga, inbroiona, calcara e via, sinbolo de tuti i malani, frét, tenpèste, carestie, guère, pèste, fame et bèlo, fulgore e tempestate, flagelo teremòtu, subitanea e inprovisa mòrte e tut èl rèsto che è capità st’ano e sti ani passài”, come leggo nell’atto accusatorio di un processo alla vecchia svoltosi in un paese della Pedemontana del Grappa nel 1994.
Brusàr la vècia non è che uno dei tanti riti di primavera diffusi nelle aree agricole del nostro Paese e che si collegano a feste arcaiche di lontana origine pagana; c’è ad esempio “él bàti marzh o ciamàr marzh (o, se volete, bàtar marso, ciamàr marso). Ecco come ne parla un giornale di Verona: “L’appuntamento che si ripete da tempo immemorabile vede scendere in piazza, nella sera dell’ultimo giorno di febbraio, i ragazzi che corrono per le vie trascinando lunghe file di barattoli uniti da filo di ferro e li percuotono con bastoni. Il fracasso prodotto dalla percussione, secondo la credenza popolare, scaccia la stagione fredda e annuncia l’arrivo della primavera”. (L’Arena, giovedì 28 febbraio 2008, citato nel blog di Google “Tradizioni Popolari”).
Così nel Veronese, ma anche nelle altre province del Veneto e in quella di Treviso in particolare, solo che la data poteva anche essere diversa (verso la fine marzo, anziché fine febbraio), come si deduce da una filastrocca per il batimarzh raccolta nella Pedemontana del Grappa: - fora marzh che aprìl l’é qua, fora l’èrba pa’ sti prà (variante: via marzh…).
Ma la saggezza popolare maturata attraverso l’esperienza ammoniva a non fidarsi troppo del tempo primaverile. Dopo giornate calde e soleggiate, possono capitare delle brinate o delle gelate che ti rovinano le colture, compresa quell’erba tenera che prometteva tanto bene: - l’èrba de marzh, aprìl èl la magna.
Ma che cosa volete farci: èl ténp, i mat, èl cul e i siori/ i fa sénpre quél che i vol lori. Del resto si sa che - èl ténp èl é restà da maridàr apòsta par far quél che el vol.
Colgo l’occasione per porgere a tutti un caloroso augurio di Buona Pasqua!
Daniele Cunial